sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

Venerdì di Repubblica, 11 settembre 2020


Gherardo Colombo, ex magistrato del pool Mani Pulite, in un libro spiega ai ragazzi perché le regole vanno rispettate. E in questa intervista spiega che cambiare idea non è un reato.

 

Dottor Gherardo Colombo, un altro libro sulle regole, dedicato ai giovani. Ma lo si pubblica in un Paese in cui la sua stessa autobiografia di magistrato, riportata all'inizio del volumetto, dimostra che molte persone di potere riescono a sfuggire alle regole che seguono i cittadini comuni. La possiamo definire un ostinato ottimista?

"Un altro libro sulle regole, per i ragazzi che vanno a scuola, e magari anche per qualche adulto, perché non è vero che i cittadini - come lei dice - comuni seguono le regole al contrario delle persone di potere. Ce ne sono che sì, ce ne sono che no. Come anche tra le persone di potere. Secondo me l'osservanza delle regole dipende molto dal comprenderle. Il libro, "Anche per giocare servono le regole", cerca di spiegare perché è necessario osservare le regole che stanno nella Costituzione se vogliamo vivere armoniosamente, così come è necessario rispettare le regole di qualsiasi gioco se vogliamo concluderlo positivamente. Che ogni tanto qualcuno si avvantaggi barando dipende dalla disponibilità degli altri a farsi imbrogliare".

 

Lei è nato nel 1946, stesso anno della nascita della Repubblica Italiana e racconta come la Costituzione poggi i suoi articoli sui diritti dei cittadini e sulla necessità di sorpassare, attraverso le libertà, gli abusi di potere della dittatura. Oggi dove si annidano gli abusi di potere?

"Lei pensi agli abusi di potere di chi ricopre cariche pubbliche. Quegli abusi avvengono perché esiste un modo di pensare molto diffuso secondo il quale del potere, anche di quello tra privati, si può abusare quando lo si ha. Succede da parte dei mariti verso le mogli, dei genitori verso i figli, dei monopolisti sul mercato, degli evasori fiscali (anche di piccoli importi) quando usano i servizi che le risorse pubbliche permettono. Abusano del potere i caporali, i mafiosi, e che più ne sa più ne metta. Gli abusi dipendono dal fraintendimento della parola libertà e dall'uso distorto che se ne fa. Crediamo che libertà sia sinonimo di onnipotenza ed abusiamo in conseguenza del potere che la libertà ci dà".

 

Un nostro antico proverbio dice: fatta la legge, trovato l'inganno. Non lo trova adatto a descrivere una componente dello spirito italico?

"La legge, il più delle volte, non viene applicata se non è in sintonia con la cultura. Succede solo, e solo a volte, nelle dittature, che si rispetti una legge che va contro il comune modo di pensare. Ma tante regole, che non stanno nelle leggi, gli italiani le rispettano, qualche volta anche volentieri. Era così, e temo sia ancora così, purtroppo, per le regole del sistema della corruzione, per esempio".

 

Eppure, nel libro lei rivendica l'importanza dei "martiri", nel senso di testimoni, di quelli che sanno opporsi alle leggi sbagliate. Ma chi si è opposto ai decreti Salvini non è che se la sia passata sempre bene...

"Opporsi alle leggi ingiuste - nel nostro sistema sono ingiuste quelle che contraddicono la Costituzione, e cioè quelle che non rispettano le persone, qualunque esse siano - è il sistema per progredire. Spesso il progresso è passato attraverso trasgressioni di leggi ingiuste, e chi le ha compiute ne ha pagato il prezzo. Come Rosa Parks, per esempio. Perché però si modifichino le consuetudini ci vuole tempo, a volte anche molto. Uno dei più grandi nemici del cambiamento sta in una frase: "Si è sempre fatto così".

 

Noi cittadini comuni siamo fuorviati però da molte - diciamo così - "interferenze". Per esempio, leggere le intercettazioni del cosiddetto caso Palamara, con le carriere dei magistrati decise in un hotel d'accordo con i politici, ti fa dire: ma di chi ci possiamo fidare? Lei stesso, ai tempi di Mani pulite, con Ilda Boccassini, aveva processato giudici che truccavano le sentenze in cambio di denaro e favori...

"Non è che fare il magistrato sia garanzia di affidabilità. Succede addirittura che qualcuno, per diventarlo, sia stato scoperto a barare già durante il concorso...".

 

Uno slogan dei sovranisti riguarda "la certezza della pena", che si traduce con "vanno messi e tenuti in galera quelli che commettono reati". Lei, viceversa, spiega di essere cambiato e che il carcere porta al limite più "obbedienza" nel condannato, ma non risolve nulla. Nella vita si può cambiare, ma da magistrato lei non era ritenuto un "tenero" e certamente s'è opposto al rilascio di detenuti...

"Cerchiamo di non confondere i piani: la pena è certa se, come da noi, sono certi, e fissati per legge, i parametri per applicarla. Come lei nota qualcuno pensa che - invece - certezza della pena voglia dire carcere, e carcere severo. Io oggi penso che il carcere non aiuti - se non marginalmente - ad aumentare la sicurezza dei cittadini, e che così come è applicato non rispetti la Costituzione. Se dice che ci ho messo un po' per rendermene conto ha perfettamente ragione".

 

Questo, come ha detto di recente Mario Draghi, non sembra un "Paese per giovani"...

"Credo anch'io che questo non sia un Paese per giovani, per una serie di motivi. Tra i quali che se ne "producono" pochi. Gli adulti tendono a educarli alla dipendenza, anche esonerandoli dalle responsabilità, dipendendo a loro volta consistentemente dalle posizioni di potere che hanno raggiunto".

 

Ai tempi di Tangentopoli, lei propose una sorta di patto: diteci come stanno le cose intorno a corruzione e concussione, le si accerta, si fa un condono, chi ha sbagliato lascia la vita pubblica. Non venne accettato. E il potere politico, non solo in Italia, non vuol farsi processare perché non mette al primo posto le regole e la verità, non trova?

"Si sarebbe sgretolato un sistema di potere vecchio di secoli, che mi pare continui a piacere tanto a chi è oggi feroce nei confronti di quelle indagini, ma accuratamente evita di ricordarsi della proposta di allora, di uscire dal sistema della corruzione attraverso una strada alternativa all'applicazione del diritto penale, che fino a prova contraria vige anche per i white collar crimes: chi racconta come sono andate le cose, restituisce quel che ha preso, si allontana per qualche tempo dalla vita pubblica è esente dalla pena, non va in carcere".

 

Può suggerire un articolo di legge che aiuti la politica al rispetto delle regole?

"C'è già la Costituzione, l'articolo 3 che dice che tutti siamo importanti quanto gli altri, indipendentemente, tra l'altro, dal genere, dall'etnia, dalla religione, dalle opinioni politiche, dal lavoro che facciamo. E c'è tutta la Costituzione, che non fa altro che ribadire, dall'inizio alla fine, il valore di ogni persona. Se davvero si pensasse che ognuno va rispettato, non ci sarebbe bisogno di altre regole per svolgere il proprio compito con "disciplina ed onore" (articolo 54), badando all'interesse di tutti".