di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2019
Viganò: "Forse chi ha tratto più beneficio da questa esperienza siamo proprio noi". Ogni contatto lascia una traccia. E quelli avuti dalla Corte Costituzionale nel suo viaggio nelle carceri lasciano "una consapevolezza nuova, e assai più precisa, del significato che le nostre decisioni future avranno nella vita di persone in carne e ossa".
Quelle persone vere che Francesco Viganò, come altri giudici della Corte, è andato ad incontrare, lontano dal palazzo della Consulta, nell'istituto penitenziario di Marassi, a Rebibbia, a San Vittore, a Nisida o Lecce, proprio là dove cioè i detenuti scontano la pena. Persone, di cui ha scoperto le storie, stretto le mani, incrociato gli sguardi, "percepito l'entusiasmo di essere ascoltati dalle istituzioni, per avere la possibilità - aggiunge il giudice - di esprimere le loro sofferenze, le loro speranze, le loro ansie per il futuro".
Ma ora che questo percorso è diventato anche un docu-film "Viaggio in Italia, la Corte Costituzionale nelle carceri", proiettato in anteprima questa sera a Roma, alla presenza del capo dello Stato, Sergio Mattarella - lui non sembra aver dubbi: "Forse - riflette Viganò con il Sole 24 Ore - chi ha tratto più beneficio da questo viaggio siamo stati proprio noi".
I giudici delle leggi e non delle persone, andati a conoscere gli effetti delle loro decisioni, direttamente - per dirla col garante nazionale, Mauro Palma - nello sterminato "contenitore dei problemi non risolti di fuori", che è il carcere. Là dove incontrano l'immigrato, entrato con regolare permesso di soggiorno, che uscirà da clandestino; la donna che rivive le violenze del marito, la transgender, che considera le nuove condanne, occasioni di restare nell'unico posto che sente come casa; c'è chi racconta di aver commesso reati, per non aver mai trovato lavoro e chi lamenta come il lavoro, da ex detenuto, non lo trovi mai.
C'è la donna, "finita dentro per amore", dice, e ci sono mamma e figlia, inquadrate dalle telecamere con le loro vite, da sempre scandite dal carcere, prima da visitatrici, ora da detenute. E intorno a queste vite c'è il dilemma della giudice Daria de Pretis, del peso del contesto. La Costituzione stabilisce che "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona".
Ma avviene fino in fondo? È la domanda dei detenuti, che in questi incontri hanno scoperto nella Carta il loro principale scudo, spalanca la riflessione condivisa da Giuliano Amato: "C'è un pezzo di Costituzione - scandisce - che aspetta ancora di essere attuato". Davanti a giovanissimi, reclusi nel carcere minorile di Nisida, il giudice, che non ha fatto il magistrato come voleva il padre, "per non avere il potere di togliere la libertà" - confida, rievoca l'aspettativa trasmessa dai padri della Repubblica.
"L'aspettativa che quel documento sarebbe servito a far rimanere quel clima. Altrimenti, non saremmo riusciti a trattarci da eguali". Riflessioni che nel film preludono allo sconforto di un ragazzo, convinto che "non è vero che siamo tutti uguali davanti alla legge". Ma se tra le parole della Costituzione e la realtà c'è distanza, se la realtà a volte contraddice gli ideali, "bisogna lavorare sulla realtà - avverte la vicepresidente della Corte, Marta Cartabia - non mettere in discussione gli ideali".
E loro, i giudici di leggi e non di persone, col potere di bocciare le leggi, a difesa delle persone, anche per questo si sono "voluti mettere in gioco", riconosce il presidente Giorgio Lattanzi, e andare nel carcere più vero. Per far capire che "la Costituzione esiste per loro", avverte Viganò. Per i più deboli, che anche dopo un reato, possono proiettarsi verso il futuro. E così l'ultima tappa del viaggio è da Nisida verso Roma, dal carcere al palazzo della Consulta, da dentro a fuori. In direzione ostinata e contraria.









