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di Andrea Priante


Corriere del Veneto, 23 maggio 2021

 

La disperazione dell'imprenditore veneziano arrestato in Africa. Trovato morto il suo accusatore. "Dormo sul pavimento assieme ad altri detenuti in attesa di una decisione dell'autorità che sembra non arrivare mai". Sono le parole dell'imprenditore veneziano da 52 giorni recluso in Sudan. "Sono stanco e confuso, non so neppure con certezza quel che sta accadendo fuori di qui".

Marco (la famiglia chiede di non diffondere il cognome) è l'imprenditore veneziano di 46 anni che dall'1 aprile è rinchiuso in una cella del commissariato di Khartum, la capitale del Sudan. Cinquantadue giorni in condizioni disumane. "Dormo sul pavimento assieme ad altri detenuti - sono le parole che affida a chi, in queste ore, ha potuto parlarci - in attesa di una decisione dell'autorità locale che sembra non arrivare mai. E tutto a causa di una persona con la quale non ho mai avuto alcun rapporto commerciale". Il colloquio dura pochi minuti, poi si deve interrompere. "Ci sono le guardie fuori dalla cella. Spero che la situazione si sblocchi subito, per tornare da mia moglie e dai miei figli".

Fuori dal carcere, suo padre si sta dannando per riuscire a salvarlo. "È uno strazio, mio figlio è sfinito, non può resistere ancora a lungo". L'imprenditore è accusato di frode e, stando alle ricostruzioni che giungono dal Paese africano, dietro al suo arresto ci sarebbe il miliziano Abdallah Ahamed, considerato vicino al clan del feroce generale Mohamed Hamdan Dagalo, protagonista del colpo di Sato del 2009 e accusato del massacro e degli stupri di Adwa del novembre 2004 nel Darfur meridionale. "Il consolato italiano finora non è riuscito a risolvere la situazione, la politica italiana non può rimanere ferma perché ogni giorno che passa i pericoli aumentano", prosegue il padre, che da giorni si trova a Khartum per stargli accanto.

La vicenda, così come la racconta la famiglia, gira intorno a un affare concluso nei mesi scorsi dall'azienda dell'imprenditore, che ha sede a Venezia ed è specializzata nella produzione di materiale elettrico. Da lì sarebbe uscita una grossa partita di trasformatori acquistati da un distributore sudanese, Ayman Gallabi, e destinati all'azienda elettrica del Paese. Il cliente avrebbe fatto testare il prodotto dai tecnici dei laboratori di un'azienda locale, concorrente di quella veneziana. Secondo loro, i trasformatori non rispettavano gli standard necessari. Per sbloccare la situazione, a metà marzo Marco è volato in Sudan e lì è stato arrestato una prima volta dalla polizia, su richiesta di Gallabi che l'aveva denunciato per frode.

Trasferito in un albergo, e piantonato dalle forze dell'ordine sudanesi, il veneziano ne è uscito il primo aprile dopo aver convinto il suo accusatore a ritirare le accuse in cambio di un versamento di 400mila euro e un accordo commerciale. L'incubo sembrava concluso. "E invece, arrivato all'aeroporto, è stato nuovamente arrestato, stavolta su denuncia di un soggetto che si fa forza delle strette relazioni con potenti miliziani locali" aggiunge un altro parente che segue la vicenda da Venezia. Abdallah Ahamed, il fedelissimo del generale Mohamed Hamdan Dagalo, sarebbe parte in causa perché viene considerato il principale finanziatore dell'azienda di distribuzione di Gallabi. "Vuole soltanto spillargli altro denaro", è la convinzione di molti. Si parla di una richiesta di 700mila euro. "Ma mio figlio tutti quei soldi non li ha" assicura il padre.

Sbattuto in una cella del commissariato di Khartum, l'imprenditore è tuttora rinchiuso in condizioni che vengono descritte come "terribili", con seri problemi igienico-sanitari. "Condivide uno stanzone con altre trenta persone, un solo bagno e le temperature arrivano a 46 gradi è costantemente vessato dal punto di vista psicologico", assicurano.

A rendere ancora più inquietante il quadro, dal Sudan giunge una notizia: Ayman Gallabi - descritto come "un esperto nuotatore" - è stato ritrovato morto venerdì pomeriggio, "annegato nel Nilo Azzurro" spiega il cugino Mohammed Elsayir, a poca distanza dall'area archeologica di Soba. "Ucciso per una vendetta dei miliziani" è invece la voce che si rincorre a Khartum, anche se in un Paese travagliato come il Sudan, dove regna la corruzione e le violenze sono all'ordine del giorno, è difficile trovare conferme ufficiali.

Nelle prossime ore è in programma l'udienza davanti alle autorità di Khartum per decidere le sorti del veneziano. Ma è già slittata diverse volte e in pochi credono che davvero si possa arrivare a una decisione senza che dall'Italia giungano delle pressioni politiche.

"È un ricatto insopportabile, bisogna riportarlo a casa" ammette il parlamentare veneziano Nicola Pellicani, che da settimane sta seguendo il caso assieme a Piero Fassino, che presiede la commissione Affari esteri. Della questione è stato informato anche il ministro Luigi Di Maio, che avrebbe già avuto un primo colloquio con la sua omologa sudanese. "Stiamo facendo il possibile - conclude Pellicani - speriamo di risolvere la questione nel più breve tempo possibile".