di Paola Centomo
Corriere della Sera, 13 agosto 2019
Lucia è "un'attivista digitale": con i colleghi di #iosonoqui contrasta i commenti offensivi e le false notizie su Facebook con parole gentili e sostegno ai bersagli d'odio. Non è facile, ma funziona. Ho cinquant'anni, lavoro in un giornale e da qualche mese sono una sorta di sentinella del web. Il web, appunto, mi definirebbe un'attivista digitale; io mi considero una comune cittadina che ha deciso di combattere l'odio e le fake news che sono in circolo dentro Internet, nella fattispecie su Facebook.
Per ora non siamo tantissimi, più o meno 2500, 2500 cittadini che ogni giorno - e ovviamente senza alcun compenso -, dragano la rete per bonificarla dalle bombe di odio e menzogne. Perciò, potete incontrare ognuno di noi in quelle voragini buie del web dove si scatena il rancore degli haters (odiatori), nelle giungle di commenti inveleniti dalla violenza e dalla manipolazione, in quei profili trasformati ormai in ring tra picchiatori verbali: ci riconoscerete dall'hashtag che accompagna tutte le nostre azioni, questo: #iosonoqui.
Il mio attivismo su Facebook è cominciato lo scorso inverno. Era da tempo che mi sentivo turbata dai commenti rabbiosi in coda alle notizie di attualità: mi ferivano e, paradosso delle gremitissime piazze virtuali, mi facevano sentire molto sola. Quasi quasi mi stacco, cancello il profilo su Facebook, ma sì chiudo tutto!, mi dicevo. Poi, un giorno - era febbraio, ultime giornate d'inverno - mi imbatto in un post coraggioso e audace eppure incredibilmente gentile, un post che reagisce con garbo e intelligenza a un messaggio velenoso. Perdipiù, questo post è marcato da un curioso hashtag che calamìta la mia attenzione: #iosonoqui. Ma io chi? E qui dove? Così vado a cercare su Facebook.
Scopro che #iosonoqui è un gruppo chiuso e leggo d'un fiato il loro manifesto: "Vogliamo che Internet e i social media divengano un posto migliore, che siano un luogo di sano, positivo e costruttivo confronto; vogliamo che le notizie false o manipolate non trovino spazio sulle bacheche. Lo facciamo alimentando le conversazioni con rispetto, apertura, gentilezza ed educazione, diffondendo le notizie vere e censurando quelle false...". Parole sante: chiedo subito di essere ammessa al gruppo. Loro mi fanno domande: sei impegnata nel sociale? Cosa pensi dei discorsi d'odio? Io rispondo, e mi accolgono. Da lì comincia la mia avventura come sentinella della ragione su Facebook.
In pratica il gruppo monitora quotidianamente Facebook alla ricerca di commenti violenti e di notizie false o manipolate e, una volta individuata una di queste situazioni, gli amministratori - sono dieci e, notizia!, sono in gran parte donne - ne danno cenno a noi attivisti attraverso Facebook, chiamandoci all'azione. Quello che ciascuno di noi riceve sul proprio smartphone è una notifica marcata dall'incipit "azione richiesta", scritto proprio in maiuscolo.
A seguire, l'enunciato della situazione d'odio o di fake news su cui bisogna intervenire. Per capirci: situazioni ormai tipiche in cui ci mobilitiamo sono i gorghi d'odio contro i migranti che attraversano il Mediterraneo. "Annegano? Bè, almeno ci sarà nuovo mangime per i pesci!". Ecco, dove si pronunciano disumanità del genere, interveniamo noi di #iosonoqui con post orientati non a far cambiare idea al commentatore - non è quello che vogliamo - ma a mutare tono e prospettiva alla discussione.
Ultimamente mi mobilito molto sulle aggressioni personali, quando cioè la rete punta un singolo - per lo più donna, guarda caso! - e lo mette sotto attacco. Capita con Ilaria Cucchi, (che ha fatto condannare i militari responsabili della morte del fratello Stefano, ndr) con Greta Thunberg, la giovane attivista ambientale, ma anche con la showgirl Michelle Hunziker e la cantante Emma Marrone.
Ricordo quando Giorgia Meloni, segretaria di Fratelli d'Italia, fu attaccata con frasi sessiste per una dichiarazione sui migranti: noi, che non interveniamo mai a supporto di una visione politica o di un'altra, andammo subito a sostenerla. Perché quando aggredisce una donna, la rete sa sprigionare una gamma davvero grassa di umiliazioni.
Per capire al volo come funziona tecnicamente #iosonoqui - e perché può fare la rivoluzione sul web -, bisogna sapere dell'algoritmo di Facebook, ovvero di quel misteriosissimo calcolo che determina, tra l'altro, la posizione dei commenti che gli utenti visualizzeranno nella prima schermata.
Ebbene, il nostro obiettivo è proprio cavalcare l'algoritmo per fare salire nelle prime posizioni i post positivi e affossare quelli negativi, in modo da invertire il tono della conversazione e aprire la strada a chi vuole dire la sua senza aggredire. Cruciali sono i like, i "mi piace", che cerchiamo di mettere a pioggia sui post positivi, per fare massa: ovvio che quanto prima arriviamo e quanti più siamo, tanto più forte ed efficace sarà la missione.
L'attivismo per #iosonoqui è contagioso. Sarà perché è una forma di volontariato istantaneo, molto pratico e assolutamente funzionale: il gruppo ti interpella, tu compi l'azione - in qualche minuto puoi aver finito - e hai il riscontro immediato di aver cambiato una piccola parte del mondo e portato un valore.
A me ha fatto fare, a cinquant'anni, una grande scoperta: ovvero che le parole, anche le più comuni, sono dannatamente potenti, ma noi non sappiamo usarle. Possono costruire ponti e avvicinare, così come scavare voragini e distruggere. Ora so che Internet e i social network si trasformeranno in meravigliosi giardini se tutti quanti impareremo a sfruttare il formidabile potere delle parole. Peraltro, non è neanche tanto difficile: è tutta questione di allenamento, più si fa pratica e più si diventa bravi.
Per me all'inizio non era affatto semplice, davanti a commenti vomitevoli per la loro violenza, mantenere quella gentilezza, quel rispetto, quel buon senso e predisposizione al dialogo che sono i cardini della buna conversazione.
Poi ho imparato a controllare l'emotività, sono riuscita a mettermi sempre più nei panni dell'altro, a prendermi tutto il tempo per ascoltare e, quindi, per meditare le parole da esprimere. Se una chiamata all'azione di #iosonoqui mi raggiunge a casa, adesso chiedo spesso ai miei figli - 15 e 14 anni - di aiutarmi. Anche loro stanno imparando una grande lezione, ovvero che nessuno ha sempre ragione e che, oggi più che mai, bisogna credere nell'incredibile forza che hanno le parole civili del dissenso.










