di Valentina Marotta
Corriere della Sera, 19 gennaio 2022
Venduta a 13 anni, pochi giorni fa a Firenze l'ultima sentenza di condanna per il padre: "Mi sono ribellata alla tradizione rom e, a distanza di otto anni, sono diplomata con il massimo dei voti e vivo con Nino che mi salvò".
"Ho imparato ad avere fiducia nella vita, anche se mi ha messo a dura prova. Mi guardo alle spalle: a 13 anni ero stata venduta, promessa in sposa da mio padre a un ragazzo sconosciuto e costretta ad abbandonare scuola ed amici. Poi mi sono ribellata alla tradizione rom e, a distanza di otto anni, sono diplomata con il massimo dei voti, vivo con il ragazzo che amo e ora cerco lavoro". Fatica a dimenticare il passato, però Mina, (nome inventato, ndr) giovane fiorentina, vuole andare avanti. Dopo aver trovato il coraggio di denunciare il padre, ha abbandonato il quartiere delle Piagge per trasferirsi a centinaia di chilometri da Firenze. Per anni, ha vissuto in una struttura protetta che doveva rimanere segreta. Ma per tre volte è stata rintracciata dai parenti, che avrebbero voluto ritirasse la denuncia contro il padre. E per tre volte è stata costretta a cambiare città. Al suo fianco, c'è sempre l'avvocato Elena Navello. "È il mio punto di riferimento, l'ancora a cui appigliarmi nei momenti difficili con parole severe e gesti affettuosi - spiega Mina - grazie a lei ho capito che solo con il mio coraggio potevo rovesciare le sorti di una vita che sembrava già scritta".
Pochi giorni fa, è arrivata la sentenza d'appello bis per il padre, 54 anni, serbo di Obilic: è stato condannato a 8 anni e 8 mesi di reclusione per riduzione in schiavitù. Mina non ha voluto alcun risarcimento: "Mio padre è un uomo violento. Ormai ho spezzato ogni legame con lui e il resto della famiglia. È stato uno strappo doloroso, ma è servito per ricominciare". In primo grado, la corte d'assise inflisse al serbo 13 anni di carcere. La pena fu poi ridotta a 8 dai giudici d'appello. Ma la Procura generale di Firenze impugnò la decisione e la Cassazione ordinò un nuovo processo. Eppure la decisione di qualche giorno fa potrebbe non aver messo la parola fine alla vicenda giudiziaria: non è escluso che la pg Angela Pietroiusti, titolare delle indagini in Procura prima di passare alla Procura generale, impugni la decisione.
Niermo vuole dimenticare il passato. "Avevo 13 anni - racconta - e andavo ancora scuola, quando mio padre mi promise in sposa per 15 mila euro al mio futuro marito, un ragazzo franco kosovaro, tre anni più vecchio di me. Si accordò con i miei futuri suoceri e ottenne una caparra. Io ricevetti una collana e un braccialetto rosso che dovevo indossare per dimostrare che ormai ero cosa loro". Le clausole erano rigide: "Avrei dovuto rimanere vergine fino al matrimonio, chiudere con la scuola, smettere di vedere gli amici e dimagrire. E se non fossi riuscita ad accudire mio marito, sarei stata ripudiata". Non poteva chiedere aiuto: "Ero segregata in casa, potevo uscire solo con mia madre per fare la spesa".
Aveva solo un telefono, senza scheda, che usava per giocare a Clash of Clans. Grazie a quel videogioco e una connessione wifi, conobbe un ragazzo siciliano, Antonio, detto Nino. Con lui si confidava e scoprì il desiderio di ribellarsi. Divorava merendine e cioccolato per ingrassare: era la strategia per spezzare l'accordo di vendita. Poi, Nino, il suo amico virtuale di appena 15 anni, dette l'allarme alla polizia di Firenze. Gli agenti misero al sicuro la ragazza alla vigilia della partenza per la Francia e arrestarono il padre.
Nel dicembre 2015, "a sei mesi dal nostro primo incontro virtuale - raccontò il ragazzo in aula al processo - mi chiese aiuto su quella stessa chat nata per gioco. Raccontò che da due anni era stata promessa in sposa e venduta per 15 mila euro a un ragazzo kosovaro e presto sarebbe partita per la Francia". Il fidanzato la voleva illibata. "Per questo era stata segregata in casa dal padre che le aveva proibito di ritornare sui banchi di scuola e di frequentare le amiche. Trascorreva le sue giornate accudendo i nipotini, pulendo la casa. Usciva solo per la spesa al supermercato e comprare le medicine per la madre in farmacia, ma sempre in compagnia del fratello".
La vita in quella casa era un inferno, volavano spesso minacce e botte: "Anche senza un apparente motivo - spiegò Antonio - raccontava che il padre la picchiava, colpendola con una scarpa". Unica concessione del capofamiglia, un vecchio telefono, senza scheda Sim. "Con quel cellulare - dice Antonio - avrebbe potuto solo giocare. In realtà, era riuscita ad agganciare in casa la rete del fratello e, nelle rare uscite, una wifi libera, così da poter chattare con me". Voleva ribellarsi a quella "tradizione che impone ai genitori di cedere per denaro la figlia all'età di 14 anni. Voleva essere libera di decidere del suo futuro. Aveva anche supplicato la madre di non mandarla in Francia, ma era stato tutto inutile".
"Fino ad allora le mie giornate erano scandite da scuola e calcio. Dopo quella chat - raccontò il ragazzo - la mia vita cambiò. Non potevo lasciarla sola". Antonio cominciò a chattare con la ragazza mattina e sera. "Le auguravo la buonanotte, con il timore di non ritrovarla in chat al risveglio. In classe sfuggivo al controllo dei prof per mandarle messaggi. Poi ritornavo a casa e mi chiudevo in camera per chattare con lei fino alle 4 del mattino.
Rischiavo di perderla per sempre, così le proposi di fuggire insieme. Lei aveva paura del padre: disse che era pericoloso e poteva raggiungerci ovunque". Finché una mattina, nel luglio 2015, Mina scrisse ad Antonio: "Aiutami manca poco per la partenza". Lui si confidò con la fidanzata del fratello. "Si spacciò per mia sorella al telefono con l'associazione Artemisia: c'è una ragazza in pericolo, bisogna salvarla".
"È anche grazie a quel compagno di giochi che ho capito cosa volevo essere. Siamo innamorati adesso: Nino lavora, io non ancora, ma ci barcameniamo. Sto cercando lavoro come cassiera, ma è difficile. E per questo lancio un appello e spero che qualcuno lo raccolga. Devo fidarmi ancora una volta della vita". Ogni proposta potrà essere inviata all'avvocato della ragazza:









