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di Paolo Conti


Sette del Corriere, 13 dicembre 2019

 

Lo scrittore Edoardo Albinati insegna ai detenuti: "Sensibili a Dante e Machiavelli". Ha cominciato le lezioni nel carcere di Rebibbia nel 1994 e oggi segue due classi di istituto tecnico industriale: "Ci sono insieme i 18enni e gli anziani, il rapinatore romano e lo spacciatore del Maghreb. Non avete idea di quanti lettori forti".

"Stiamo scoprendo insieme l'Inferno di Dante. E si sono appassionati. Certo, c'è la bellezza formale della poesia, ma anche la crudezza, la violenza senza schermi della visione dantesca. Caronte che batte i dannati col suo remo, Minosse che si arrotola con la coda per indicare a quale girone assegnarli, i golosi accovacciati nel fango e nella sporcizia... Chi ha alle spalle una vita come la loro, forse capisce l'Inferno, per istinto, meglio di un liceale quindicenne".

Ai detenuti, ebbene sì, piace Dante. Lo racconta un insegnante e scrittore, Edoardo Albinati - premio Strega 2016 con "La scuola cattolica", grande successo in Italia e tradotto in numerosi Paesi - che dal 1994 ha scelto di insegnare Lettere nel penitenziario di Rebibbia, sezione staccata dell'Istituto tecnico industriale von Neumann di Roma: "Prima lavoravo in un tecnico agrario della periferia romana. Lo dico per scherzo ma nemmeno poi tanto: invece che questi mezzi delinquenti, pensai dopo qualche anno che insegnavo lì, tanto vale affrontare quelli veri, quelli che lo sono sul serio, e chiesi il trasferimento a Rebibbia...".

La scoperta dell'Inferno - Da letterato, conosce bene il peso delle parole: "Loro sono lì, in prigione, hanno commesso delitti, hanno rubato e fatto violenza. Quasi tutti ne sono pienamente consapevoli. Poi ci potrebbe essere anche qualche innocente...".

A Rebibbia segue due classi, le più eterogenee del mondo: "Chi entra in galera può avere poco più di 18 anni come essere ormai anziano, c'è il rapinatore romano accanto all'omicida, lo spacciatore che viene dal Maghreb o il ladro occasionale. C'è chi resterà con noi per anni, magari ottenendo il diploma finale di Perito tecnico industriale.

O chi invece viene improvvisamente tradotto in un altro carcere, molto spesso durante la notte, e così tu la mattina fai l'appello e gli altri ti dicono che lo hanno trasferito, impossibile sapere dove, e se mai lo incontrerai di nuovo. Poi c'è anche chi muore senza rivedere la libertà". Non è sempre facile trovare quel minimo comun denominatore che diventi un motivo di interesse trasversale: "Ma come dimostra l'esperimento di Dante, siamo di fronte alla prova provata che la letteratura rende accessibili i temi e i sentimenti più forti".

"Verso per verso, come faceva Benigni in tv" - Dante è difficile, come lo spiega ai suoi detenuti? "Si comincia con la spiegazione più classica e paziente, verso per verso, poi viene la lettura filata, un po' come faceva Roberto Benigni in tv, e infatti ogni tanto ci godiamo una sua puntata in dvd. Ma l'Inferno sembra fatto apposta per attirare la loro attenzione. L'orrenda fine riservata agli infami, cioè, ai traditori, il peggiore dei peccati nel codice di chi è recluso in carcere, crea una totale assonanza. Ma hanno successo altri autori.

Per esempio, Machiavelli, i cui precetti per impadronirsi del potere potevano ripugnare a una brava donna come mia madre, scandalizzata da tanta brutalità, i detenuti invece lo capiscono, fin troppo bene! E la famosa, dolorosa poesia dell'esilio di Cavalcanti, Perch'i' no spero di tornar giammai, risuona per alcuni di loro come lo specchio della loro vita... Chissà se davvero ci torneranno mai, a casa".

Tante tipologie di alunni - Ma chi sceglie di seguire le lezioni in carcere? "C'è chi vuole riprendere studi interrotti anni prima. O chi vede nei corsi l'unico modo per uscire dalla cella e per incontrare persone non legate all'universo del carcere, professori e professoresse che vengono dall'esterno, e non i soliti avvocati, le solite guardie, e gli altri carcerati...".

In classe i detenuti si comportano mediamente come normali alunni: "A parte qualche caso di esibizionismo criminale, le storie personali restano fuori dalla lezione. I detenuti sono di solito molto discreti, ecco, può capitare semmai che parlino dei processi in corso. Qualche volta ho chiesto loro, come tema in classe, di raccontare il giorno del loro arresto, e ne venivano fuori episodi drammatici con qualche risvolto ironico o addirittura comico".

I mafiosi e "il professore" - Per qualche anno, Albinati ha insegnato all'Alta Sicurezza, ovvero a detenuti per mafia, 'ndrangheta e camorra: "Per ragioni ovvie, si tratta di persone più strutturate e inquadrate gerarchicamente. Lì ero sul serio "il professore", la mia laurea contava qualcosa, e loro gli alunni. Con i detenuti comuni è diverso, il rapporto è più fluido. Ma anche lì capita che si svelino molti lettori "forti", che passano da un libro all'altro e riescono a superare le trappole che il carcere tende alla possibilità di concentrarsi: il frastuono continuo, la cella sovraffollata con la tv sempre accesa, bollente d'estate e gelida d'inverno. C'è chi legge tanto, più di quanto si pensi".

È mai capitato che il suo corso di italiano abbia cambiato la vita di qualche detenuto? "Mi pare un intollerabile peccato di orgoglio pensare che il mio lavoro abbia cambiato la vita di qualcuno... o addirittura l'abbia salvata. Ecco, i pompieri, loro sì che salvano le esistenze umane! Certo, qualcuno riesce a modificare la propria vita, magari riflettendo sulle esperienze in carcere, dove la scuola è una delle poche cose buone: ma l'avrà fatto grazie alle sue forze".

"La galera mi ha insegnato ad agire con prudenza" - E come è cambiata la sua, di vita, Albinati? "Beh, la galera mi ha insegnato ad agire con maggiore prudenza, a pormi obiettivi modesti ma concreti. Direi che ho imparato a limitare il danno, a ridurre quanto è possibile la sofferenza, aumentando le possibilità anche minime di gioia". Un contrappasso interessante: lo scambio tra due mondi distanti genera mutamenti paralleli. Però una scuola resta una scuola, e Albinati lancia un appello: "Ogni mattina deve succedere "qualcosa", qualcosa di nuovo. Ogni mattina è irripetibile, in carcere come nella scuola normale. Troppo spesso noi professori ci limitiamo a "preparare", a "introdurre" o "indicare obiettivi". Sì, ma, finita un'ora di lezione, dovremmo chiederci: oggi è "successo" qualcosa con i ragazzi? Bisognerebbe saper acchiappare l'uccello al volo mentre passa, qui e ora".

Insegnante prima di tutto - Ma oggi, Albinati, lei si sente più scrittore o più insegnante? I suoi libri le hanno assicurato successo, un vasto pubblico... "Io mi sento prima di tutto un insegnante. È il mio lavoro fisso, il mio status burocratico: dipendente del ministero della Pubblica Istruzione, che mi paga lo stipendio. Anche se costa parecchia fatica, non riesco, e forse non riuscirò mai a identificare la scrittura come un "lavoro", piuttosto un'arte o una passione. O uno sfogo. Dunque io sono prima un professore di lettere, e poi uno scrittore".

Nascono legami di affezione con gli alunni? Albinati si fa ancora più serio: "Per carattere e anche perché mi sembra giusto così, ho un atteggiamento distaccato, forse temo si leghino troppo a me e io di legarmi a loro. Mi dimostrano rispetto, curiosità, talvolta ammirazione, anche competizione. Li sento vivi insieme a me. Affetto? Non sono il tipo da meritarmelo...".