sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

recensione di Alessia Rastelli


Corriere della Sera, 9 dicembre 2019

 

"Ricordo di aver visto il capo del lager buttare la pistola per terra. Era un uomo terribile, crudele, che picchiava selvaggiamente le prigioniere, e in quel momento una parte di me avrebbe voluto raccogliere la pistola e ucciderlo. Fu un istante di vertigine. Ma di colpo capii che non avrei mai potuto farlo. E da quel preciso istante fui libera. Veramente libera, perché ebbi la certezza di non essere come lui, di essere un'altra cosa".

Primo maggio 1945. Liliana Segre ha 14 anni, pesa 32 chili. Un'adolescente ridotta a scheletro dalla fame, il gelo, il lavoro schiavo nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dove era stata deportata in quanto ebrea. Le SS la trasferiscono in Germania, con altri prigionieri, per sfuggire all'avanzata dell'Armata Rossa. E la sua "marcia della morte": Liliana è sfiancata dalla febbre, le vesciche sanguinanti ai piedi, un'infezione che rischia di ucciderla.

Proprio durante quel terribile percorso, quando le SS per paura dei russi iniziano ad abbandonare le divise, le si presenta l'occasione di ammazzare il suo aguzzino. Eppure, non lo fa. Sceglie la vita. Non la vendetta, non la morte. Viene da lontano, fin dal luogo in cui il male assoluto si è rivelato ai suoi occhi ragazzini, il "no" all'odio.

E si capisce allora la straordinaria forza di oggi, a 89 anni, sotto scorta, eppure pronta - come ha spiegato in un'intervista al Corriere il 22 novembre - a guidare la Commissione contro l'odio da lei stessa proposta. "Ho passato 45 anni, dopo la guerra - ha detto la senatrice - a macerarmi nel rimorso di non riuscire a parlare. Poi a 60 anni ho trovato le parole. Per decenni ho rivissuto gli incubi del passato pur di testimoniare nelle scuole.

Oggi, grazie alla scelta di Mattarella, posso raggiungere milioni di persone. Se smettessi avrei un'esistenza più serena, ma non sarei in pace. E poi la darei vinta proprio agli odiatori". L'espulsione dalla scuola a 8 anni, l'arresto, il carcere, il lager, l'impossibilità, dopo l'orrore, di tornare alla vita normale, l'amore salvifico del marito Alfredo, la scelta di diventare una testimone, sono narrati dalla voce di Liliana Segre, raccolta da Enrico Mentana, in un libro prezioso, "La memoria rende liberi".

La vita interrotta di una bambina nella Shoah, che ora torna in una nuova edizione con testi inediti, in libreria con Rizzoli e in edicola con il Corriere della Sera. Prezioso, perché è innanzitutto un antidoto all'indifferenza: la parola che Liliana Segre ha voluto all'ingresso del Memoriale della Shoah di Milano. Quel binario 21 della Stazione Centrale da cui tra i latrati dei cani, le urla, i fischi, le spinte e i calci di zelanti fascisti, partirono i carri bestiame diretti ai campi di sterminio. Il convoglio di Liliana lasciò Milano il 3o gennaio 1944. A quel punto, ricorda lei nel libro, "non potevamo far niente. Non potevamo più neanche ammazzarci".

Tutto, osserva, "comincia da quella parola: indifferenza. Gli orrori di ieri, di oggi e di domani fioriscono all'ombra di quella parola. Quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c'è limite all'orrore. È come assistere a un naufragio da una distanza di sicurezza. Non importa quanto grande sia la nave o quante persone abbia a bordo: il mare la inghiotte e tutto torna uguale a prima".

Tra gli inediti de "La memoria rende liberi" ci sono alcuni discorsi della senatrice a vita, nominata il 19 gennaio 2018. "Si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che non sono tornati, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento", dice nel primo intervento al Senato il 5 giugno 2018. Salvarli dall'oblio, aggiunge, è anche un modo di aiutare gli italiani di oggi "a non anestetizzare le coscienze".

La memoria rende liberi è doppiamente prezioso perché restituisce anche il prima e il dopo l'inferno. Come avverte Mentana nell'Introduzione, "la memoria ormai si focalizza all'interno del perimetro di Auschwitz". Così però "la più spaventosa politica sistematica di persecuzione che il mondo abbia conosciuto perde il suo contesto".

La discriminazione degli ebrei d'Europa, prosegue il direttore del Tg La7, inizia "ben prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, non è relativizzabile a un aspetto tra gli altri dell'inumanità di quel conflitto totale. Nell'Italia fascista, e non solo in Italia, persecutori e perseguitati erano stati parte della stessa società. Eppure venne un giorno in cui i primi decisero che i secondi non avrebbero più potuto insegnare o imparare, lavorare o possedere, fare impresa o risparmiare".

Poi arrivarono, da alleati a occupanti, "gli ispiratori di quella politica di discriminazione, per trasformarla in annientamento. E in tanti italiani chiusero gli occhi, si voltarono dall'altra parte o aiutarono attivamente". Liliana Segre ha vissuto "come dalle parole dell'odio sia facile passare ai fatti". Alla marcia che si terrà domani, nella Milano che fu indifferente, hanno aderito oltre 600 sindaci per darle solidarietà e dire: "L'odio non ha futuro".