di Stefano Pasta
La Repubblica, 25 agosto 2020
Antonio Salvati ha appena pubblicato "La penna e la forca. Scrittori e pena di morte, suggestioni letterarie per il rifiuto della pena capitale" (Intrecci Edizioni, 2020), antologia di 46 autori abolizionisti.
Dall'ambizioso Julien Sorel de "Il rosso e il nero" di Stendhal a Mersault, il modesto impiegato di Algeri protagonista de "Lo straniero" di Camus. Da Balzac a Dickens, da Manzoni a Vittorini, passando per Nabokov, Dostoevskij, Hugo, Koestler, fino ai contemporanei Yu Hua, Khaled Hosseini e Idanna Pucci. "La penna e la forca" è una ricognizione, criticamente orientata, di posizioni sulla pena di morte espresse da letterati dagli inizi dell'Ottocento ai giorni nostri. 46 autori che Antonio Salvati, insegnante di scuola superiore, contestualizza nel periodo storico-culturale, presenta le opere in cui trattano dell'"omicidio di Stato" e ne riporta dei brani.
Generi letterari diversi per interrogare sul sistema penale. Gli sguardi di alcuni autori riguardano il sistema penale generalmente inteso. Il criterio di selezione - l'ordine è quello cronologico - è l'assunzione verso la pena e le istituzioni giuridiche di un atteggiamento quanto meno critico: un approccio che va da forme di diffidenza e scetticismo a modalità più decise di condanna radicale (è il caso, ad esempio, di Tolstoj). Una deroga cronologica è fatta per Shakespeare e la sua opera "Misura per misura", in cui Salvati seleziona il dialogo tra il boia Asborrito e il futuro aspirante aiutante Pompeo. Scorrendo le pagine si torna al XIX e XX secolo, incontrando i grandi romanzieri dell'Ottocento, ma anche la "letteratura impegnata" di scrittori "engagès" come Sartre, Camus, Malraux e Bernanos, che si preoccupavano della loro epoca e combattevano a colpi di pamphlet e manifesti. Quest'ultimo filone, che segna l'impegno espresso dai letterati francesi nel periodo che immediatamente precede e segue la seconda guerra mondiale, è il risultato di un lungo percorso, che ha avuto le sue figure tutelari (filosofi e scrittori che vanno da Pascal a Victor Hugo) e i suoi momenti fondatori.
La coscienza abolizionista come sviluppo del pensiero europeo. Infatti, attraverso la letteratura, Salvati ci accompagna nel pensiero europeo, aiutando il lettore a coglierne lo sviluppo e l'evoluzione. Oggi in Europa l'"omicidio legalizzato" resiste solo in Bielorussia, che proprio in queste settimane mostra come diritti umani, giustizia e democrazia siano ancora lontani nel regime di Lukashenko; qui lo scorso gennaio due fratelli di 19 e 21 anni, Stanislaw e Illya Kostsew, sono stati condannati alla fucilazione alla nuca. Eppure, rimarremmo delusi se ci attendessimo un sicuro e forte messaggio abolizionista dalla storia del pensiero politico e filosofico dell'Occidente, considerata nel suo complesso. In essa è assai più costante e insistito il richiamo alla legittimità e all'utilità della pena di morte che non l'appello alla sua abolizione.
Quando i filosofi sostenevano l'omicidio legalizzato. In particolar modo, il pensiero filosofico sulla pena di morte è purtroppo desolante. Le opinioni dei grandi classici della filosofia sono prevalentemente, monotonamente, a favore. Da Platone e Aristotele fino a Kant e Benedetto Croce, si registra una lugubre continuità nel sostegno filosofico alla pena di morte, che accomuna trasversalmente filosofi cattolici (Sant'Agostino, San Tommaso, Bellarmino) e pensatori protestanti (Lutero, Calvino), utopisti (Tommaso Moro, Campanella) e giusnaturalisti (Hobbes, Locke, Rousseau), illuministi (Diderot, Montesquieu) e idealisti (Fichte, Hegel), pensatori liberali (Feuerbach, Romagnosi, Constant, Mill) e penalisti moralisti (Pellegrino Rossi, Giuseppe Bettiol). La morte come pena è insomma profondamente, durevolmente connessa con l'intera storia dell'Occidente. È nel Settecento, con l'uscita di opere come quelle di Beccaria e Voltaire, che si apre un serio e ampio dibattito sulla liceità della pena capitale.
Non si è né si nasce contro la pena di morte, lo si diventa. Leggendo "La penna e la forca" si capisce come la letteratura ha accompagnato l'emersione di una coscienza abolizionista, con il conseguente passaggio da una pena che ha il carattere del supplizio ad una pena rieducativa. "Più che certezze da svelare", così riassume Salvati, "ponendo domande ed esprimendo in tal modo la sua forma di resistenza civile e al male".
E aggiunge: "La letteratura non vale nulla se non è, fondamentalmente, esperienza etica, rapporto col mondo e intensificazione dell'esistenza, riflessione continua sui valori che ci conservano umani". Il testo, pubblicato da Intrecci Edizioni, è stato terminato nei mesi dell'emergenza sanitaria e della didattica a distanza, Salvati è un docente delle superiori.
Il profondo obiettivo educativo. Ecco che capiamo come questa antologia contenga un profondo obiettivo educativo. Lo riassume Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, nella Prefazione: "L'istinto a rispondere male per male è innato, si direbbe parte inevitabile di un pensiero primitivo che, davanti al pericolo della violenza, fa scattare immediata la reazione ad eliminare il pericolo. Non si è né si nasce contro la pena di morte, lo si diventa. La vera giustizia non è uccidere l'altro. Giustizia è educare al senso del male e del bene, è togliere aria e terreno alla violenza tra simili".










