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di Christian Dalenz


Il Dubbio, 7 novembre 2020

 

Fernando Molina è un giornalista e scrittore boliviano. Ha scritto diversi libri sulla storia della Bolivia e ha un blog sul quotidiano La Razón dove ha spesso descritto con dovizia di particolari i modi in cui si vive il razzismo nel suo Paese. Inoltre, è corrispondente per il giornale spagnolo El País. Un curriculum perfetto per aiutarci a capire cosa è successo in Bolivia sia durante gli anni di governo di Evo Morales che nell'ultimo anno, tra la caduta di Morales, il governo di Jeanine Añez e la vittoria di Luis Arce (ex ministro dell'Economia proprio con il leader indigeno e il Mas, il loro partito, al potere).

 

Qual è la sua opinione rispetto al risultato elettorale? Si poteva davvero prevedere una vittoria tanto schiacciante di Luis Arce o si tratta di una totale sorpresa?

Sapevamo che Arce avrebbe vinto, ma nessuno si immaginava una vittoria con il 26% di distacco dal secondo arrivato. Questa sorpresa si deve all'effetto combinato di sondaggi molto imprecisi e del "voto occulto" di massa da parte di simpatizzanti del Mas che avevano paura di mostrare la propria adesione al partito, visto l'attacco mediatico e la persecuzione giudiziaria subita da parte del governo di Jeanine Añez.

 

Che ne pensa dei 14 anni di governo di Evo Morales?

È stato un processo di grandi trasformazioni sociali dovute alla grande abbondanza di eccedenti economici. Le infrastrutture del Paese si sono fortemente ampliate. Il mercato interno si è moltiplicato. Il commercio e le costruzioni hanno dato lavoro alla maggior parte dei boliviani, e ciò si è tradotto in salari più alti e minori diseguaglianze. La maggiore capacità di acquisto, sommata alla stabilità finanziaria dovuta al cambio fisso con il dollaro, hanno portato maggiore benessere sociale. È diminuita la povertà. Tutto questo è successo mentre il rafforzamento dello Stato non arrivava a influenzare strutturalmente la grande e, ancora meno, la piccola e media proprietà privata. Questo processo espansivo, per molti versi incontrollabile da parte del governo, è sfociato anche in sprechi di risorse pubbliche, eccessiva crescita della spesa pubblica, corruzione e "malattia olandese" [la caduta della produzione manifatturiera unita allo sfruttamento delle risorse naturali, ndr]. Nel campo politico ha alimentato il caudillismo e il corporativismo, tradizionali nella società boliviana. Evo Morales, che già aveva una certa predisposizione personale alla megalomania, è finito per essere il "padre" imprescindibile del Mas. Le organizzazioni sociali sono diventate un sistema di reti clientelari complesse e sordide. Tutto questo ha generato la disponibilità del popolo a cambiare leader.

 

Morales nel 2019 ha davvero vinto attraverso una frode elettorale?

Non lo so. Sono sicuro che ci fu un'intenzione fraudolenta da parte dei membri del tribunale elettorale, i quali ordinarono la sospensione improvvisa e ingiustificata della trasmissione rapida di dati, ma non so se questo abbia implicato l'alterazione degli stessi; ovvero, se l'intenzione si sia anche convertita in azione. Non c'è ancora chiarezza, sebbene esistano una quantità davvero sospetta di irregolarità.

 

Che ne pensa invece dell'anno di governo di Jeanine Añez?

È stata una controrivoluzione restauratrice dei vecchi privilegi dell'élite tradizionale del Paese, sia sociale che politica, che era stata messa fuori dal potere nel processo diretto da Morales. Una controrivoluzione che non è arrivata a consolidarsi e creare egemonia perché, a causa delle condizioni internazionali vigenti, ha dovuto reinserirsi in un processo elettorale e perché ha disperso la disponibilità di tutte le classi sociali a un cambiamento. È entrata perciò in un ripiegamento, ma può tornare ad attivarsi a partire dalle difficoltà e dagli errori di Arce".

 

Lei ha scritto in passato che da sempre si vive in Bolivia una "guerra civile strisciante". Come mai?

Le basi per una guerra civile sono poste dalla disputa per gli eccedenti economici e per il potere tra un'élite e una contro- élite che si escludono mutualmente, e che rappresentano se stesse autoritariamente come le uniche destinate a governare. Un atteggiamento alimenta l'altro ed entrambi, escludendo il rivale, impediscono la costruzione della democrazia. Spingono la politica a spostarsi sul suo lato più sinistro e crudo: il potere senza compromessi. Il Mas si pone come unico governo legittimo a causa della visione di sé stesso come unico partito che vuole la giustizia sociale e per la sua concezione della democrazia come strumento della maggioranza. L'élite tradizionale si pone come l'unico governo legittimo attraverso la sua ideologia meritocratica e il suo razzismo, che la portano così a disprezzare il capitale politico degli indigeni.

 

Lei ha scritto molti articoli sul tema del razzismo in Bolivia. Può spiegare al lettore italiano quanto le discriminazioni razziste siano profonde nel Paese oggi?

Sono molto gravi. Il razzismo si produce nella vita quotidiana e assume le forme della segregazione (in quanto esistono sfere dell'attività sociale irraggiungibili per gli indigeni) e della discriminazione in tutte le relazioni interrazziali. L'idea di fondo è che gli indigeni abbiano minore valore sociale. Il razzismo inoltre è strutturale, perché di fatto esiste il "primato bianco" in tutte le posizioni di classe più profittevoli, nell'educazione e, prima del Mas, nella politica.

Il razzismo in politica assume la falsa cornice della meritocrazia, cioè del governo dei più educati, tra i quali non si includono mai gli indigeni. Si esprime anche con l'odio per il Mas, che di fatto è in parte anche odio per le basi indigene di questo partito. Vediamo per esempio la dichiarazione del presidente del Comitato Civico Pro Santa Cruz, Romulo Calvo, contro i contadini che hanno bloccato le strade ad agosto. Calvo disse che i contadini erano "bestie umane".

Ripeté così la descrizione razzista più antica che possa aver mai ricevuto un indigeno americano, dato che Colombo descrisse le genti della Antille come "bestiali". Criticato da La Paz, Calvo spiegò che "bestia" significa "senza ragionevolezza", e che i contadini a cui aveva alluso non ce l'avevano. Ma Calvo non è stato criticato a Santa Cruz e non ha dovuto ritrattare. Questo episodio fa capire che quello che ha detto è tollerato dall'élite della sua regione, che di solito non esprime il proprio razzismo così apertamente e lo fa piuttosto nelle relazioni quotidiane con i collas, gli immigrati che arrivano a Santa Cruz dalle terre alte nell'occidente del Paese.