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di Paolo Comi

 

Il Riformista, 24 settembre 2020

 

Il procuratore generale della Corte di Cassazione proclama in una nota l'amnistia per i magistrati finiti nelle chat per aver brigato con l'ex leader dell'Anm. "L'autopromozione non è un illecito". Se lo fa un comune cittadino, però, finisce in galera.

C'è una circolare della Procura generale della Corte di Cassazione - dunque una solennissima circolare - che stabilisce che per un magistrato chiedere una raccomandazione a Palamara non è reato. Non è neanche illecito disciplinare. È semplice "autopromozione". Si chiama così. Se ho capito bene "autopromozione", per i magistrati, equivale a quello che per i politici viene definito "traffico di influenze" (dai 1 anno a 4 anni e mezzo di prigione) o addirittura corruzione (dai 4 ai 10 anni).

L'autopromozione però non è a doppio senso: non è reato per chi dovesse chiedere e ottenere un favore da Palamara (e diventare Procuratore o Aggiunto o presidente di tribunale), è reato invece per Palamara che riceve e accoglie o respinge l'autopromozione. Come conseguenza di questa circolare, il processo a Palamara dovrà svolgersi - come si sta svolgendo - evitando le indagini, dal momento che i reati e gli illeciti non esistono, o comunque sono cancellati dall'Amnistia-Salvi. Il processo deve limitarsi a proclamare la condanna di Palamara e il suo allontanamento dalla magistratura.

In Italia, nel passato - prima che fosse approvata la riforma costituzionale del 1993 che praticamente le ha impedite - ci sono state molte amnistie. In genere però erano provvedimenti di clemenza erga omnes, come si dice in latino, cioè che riguardavano tutti gli imputati, non solo una categoria. L'unica amnistia "parziale" che si ricordi è quella molto famosa del 1946, scritta e curata dal ministero della Giustizia dell'epoca che si chiamava Palmiro Togliatti ed era il capo del Pci: amnistiò i fascisti. Fu un gesto clamoroso e servì a ricostruire un clima di riconciliazione, dopo la guerra civile. I fascisti però, prima di essere amnistiati, furono sconfitti (alcuni di loro anche fucilati). I magistrati invece ottengono una amnistia da eterni vincitori. Chi è stato sconfitto sono i cittadini: gli imputati. Quando si dice "amnistia tombale" si intende questa cosa qui: nella tomba ci finiscono gli imputati.

È arrivata "l'amnistia". Solo, però, per i magistrati che chattavano con Luca Palamara alla ricerca di una nomina o di un incarico. Ne dà notizia il sito toghe.blogspot.com, la piattaforma creata dai magistrati "non correntizzati", che ha pubblicato i passaggi salienti delle linee guida redatte dal procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi per la verifica di eventuali profili disciplinari a carico dei colleghi "chattatori".

Le toghe che hanno intasato di messaggi il telefonino dell'ex presidente dell'Anm da questa settimana, dunque, possono dormire sonni tranquilli. Tutti perdonati ad iniziare, per esempio, dal pm Marco Mescolini che per perorare la sua nomina a procuratore di Reggio Emilia chiamava Palamara "il re di Roma".

La scriminante è rappresentata dall'attività di "self marketing", cioè l'autosponsorizzazione del magistrato con i consiglieri del Csm. "L'attività di autopromozione - scrive Salvi - effettuata direttamente dall'aspirante, anche se petulante, ma senza la denigrazione dei concorrenti o la prospettazione di vantaggi elettorali, non può essere considerata in violazione di precetti disciplinari". Il motivo, sempre secondo Salvi, sarebbe dovuto al fatto che l'attività di self marketing "non essendo 'gravemente scorretta' nei confronti di altri è in sé inidonea a condizionare l'esercizio delle prerogative consiliari". Nessuna punizione, neppure un "buffetto", per il magistrato "petulante" a caccia di raccomandazioni. Anzi, un bel colpo di spugna sulla montagna di chat che hanno creato in questi mesi più di un imbarazzo.

Dal momento che la Procura generale è l'ufficio che condivide col ministro della Giustizia l'iniziativa disciplinare, vale a dire l'esercizio dell'accusa, sarebbe da accogliere con favore "l'anelito garantista", commentano le toghe sul blog, stigmatizzando il fatto che Salvi abbia voluto lanciare un "salvagente" a tutti i magistrati chattatori che per perorare i propri meriti si erano rivolti direttamente al consigliere amico, piuttosto che affidarsi solo al proprio cv.

Vale la pena ricordare che i comuni cittadini quando vengono sorpresi a brigare con l'assessore o col direttore di turno finiscono direttamente al gabbio. Secondo "l'indulgente" procuratore generale, il self marketing rientrerebbe nel bagaglio professionale di ogni magistrato aspirante ad un incarico direttivo: se lo fa il collega allora anche il competitore è legittimato a farlo, anzi deve.

Il richiamo al "vantaggio elettorale" sarebbe improprio in quanto il consigliere destinatario delle pressioni non è rieleggibile. "Quel vincolo elettorale, semmai, proviene dal passato e l'auto-promozione del petulante è legittimata da un patto precedentemente sancito, espressione di un sistema che, v'è da credere, ne esce incredibilmente rafforzato", puntualizzano sul blog. "È una scorrettezza gravissima aggiungono - specialmente se riferita ad un magistrato. Ed è anche violazione di specifiche regole di condotta implicite nella regolamentazione dei concorsi".

Quale sarà, allora, il destino dei magistrati "che conformemente alla disciplina si limitano a presentare la domanda e si astengono dal sollecitare rapporti diretti ed amicali con la commissione esaminatrice?". Se i petulanti magistrati devono essere assolti, perché allora condannare Palamara che raccoglieva le premure? La domanda è d'obbligo dopo aver letto la nota di Salvi.

Ed a proposito di Palamara, ieri sono stati sentiti al Csm i finanzieri, ad iniziare dal colonnello Gerardo Mastrodomenico, ex comandante del Gico di Roma, che hanno condotto le indagini nei suoi confronti. Abbiamo eseguito gli ordini, hanno detto in coro, prendendo le "distanze" dai pm Gemma Miliani e Mario Formisano titolari del fascicolo. Furono i pm a voler inserire il trojan nel telefono di Palamara, hanno ricordato.

"Palamara era il referente di tantissimi magistrati da Palermo a Milano in tema di nomine", ha detto in particolare Mastrodomenico, sottolineando che ai pm umbri vennero inviate, senza fare alcuna selezione, tutte le conversazioni intercettate fra l'ex presidente dell'Anm ed i colleghi. "Erano conversazioni che non c'entravano nulla con il capo d'imputazione a carico di Palamara", ha aggiunto il colonnello. Ma i pm le vollero ascoltare lo stesso.