di Frédérique Libot e Lorenzo Fargnoli
Left, 31 luglio 2020
"La composizione etnica delle galere statunitensi è il frutto di una precisa volontà di imprigionare afroamericani" spiega Mumia Abu-Jamal, giornalista e attivista all'ergastolo. "Lo scopo - spiega - è alleviare le ansie dei ricchi e mantenere la subordinazione nera".
In America, i neri sono intimiditi, picchiati, molestati, fermati e perseguitati dai poliziotti. Il loro timore di dover interagire con le forze dell'ordine è motivato. E questa paura è reciproca". È l'atto di accusa di Mumia Abu-Jamal, attivista, scrittore e giornalista statunitense, condannato alla pena di morte per l'omicidio dell'agente di polizia, Daniel Faulkner, nel 1982.
Dopo una colluttazione per un brutale fermo del fratello, fu ritrovato ferito e incosciente accanto al corpo esanime del poliziotto. L'ex membro del Black panther party e simpatizzante del Move (un'organizzazione politica radicale afroamericana di Philadelphia) si è sempre dichiarato innocente. Il processo, che non ha fatto chiarezza in modo dirimente sugli eventi, è stato seriamente compromesso da una serie di vizi procedurali e irregolarità, fra cui ricordiamo i commenti razzisti pronunciati dal giudice durante le udienze.
Amnesty International, la Commissione per i diritti umani dell'Onu e perfino il Parlamento europeo hanno difatti chiesto la revisione della sentenza. Grazie alla forte mobilitazione internazionale e al sostegno di numerose personalità (come la scrittrice premio Nobel Toni Morrison, il linguista Noam Chomsky, il cantautore Bruce Springsteen e il gruppo Rage against the machine), l'attivista, diventato uno dei maggiori simboli della lotta contro la pena di morte nel mondo, ha visto la sua pena capitale essere commutata in ergastolo nel 2011.
Attualmente, le speranze che venga un giorno liberato sono pressoché nulle. Eppure quasi quarant'anni di detenzione, di cui trenta nel braccio della morte, non hanno messo a tacere la sua voce. Nonostante l'amministrazione carceraria abbia cercato diverse volte di impedirglielo, il giornalista commenta l'attualità ogni settimana su Prison radio e ha pubblicato sei libri.
La sua opera prima, Live from death row (Harper perennial, 1996), si è classificata tra i best seller del New York times. Oggi Mumia Abu-Jamal risponde alle domande di Left dal carcere di Mahanoy in Pennsylvania.
Secondo l'ultimo studio condotto dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (2013), il 37% dei carcerati nel Paese sono afroamericani, nonostante costituiscano solamente il 13% della popolazione totale. Come interpretare questi numeri?
Queste statistiche non illustrano altro che le tattiche della cosiddetta "guerra alla droga", una falsa battaglia agli stupefacenti avviata da Richard Nixon cinquant'anni fa per destabilizzare i movimenti di libertà e d'indipendenza dei neri e dei portoricani. (In un'intervista postuma pubblicata su Harper nell'aprile 2016, John Ehrlichman, il consigliere di Nixon per la politica interna, ha rivelato che il vero obiettivo della war on drugs era di criminalizzare i nemici storici del governo, la sinistra pacifista e i neri: "Potevamo arrestare i loro leader, perquisire le loro case, interrompere i loro incontri e diffamarli giorno dopo giorno sui media", ndr). Oggi, l'America rurale prevalentemente bianca si confronta con il più grande problema di droga della storia, secondo uno studio condotto nel 2018 della National institute on drug abuse, gli americani bianchi senza diplomi universitari rappresentano l'80% dei decessi per overdose da farmaci oppioidi. Però mentre ai bianchi viene concessa la riabilitazione, i neri vengono mandati in carcere. La società americana, avendo deindustrializzato il lavoro, ha dovuto costruire prigioni per impiegare distretti rurali bianchi per generazioni. Pertanto i numeri che cita, che non hanno nulla a che fare con le droghe, ma con l'economia, il tasso di occupazione bianca, i profitti delle case farmaceutiche e del sistema privato carcerario, sono il risultato di una precisa volontà di incarcerare afroamericani.
Lo squilibrio è ancora più evidente se si osserva la proporzione di afroamericani, il 40%, tra le vittime uccise durante i fermi della polizia...
Il mio sospetto è che questi crimini abbiano una precisa funzione sociale: contenere, limitare, recintare la vita dei neri per mezzo di una repressione violenta, così da alleviare le ansie dei ricchi e cioè preservare la supremazia bianca che, per definizione, necessita una subordinazione nera.
In questo contesto qual è il ruolo storico della polizia negli Stati Uniti?
La storia delle forze dell'ordine statunitensi ha un'origine diversa da quella anglo-europea. La tradizione della polizia statunitense deriva dalla paranoia bianca legata agli spostamenti degli africani sul territorio. All'origine, vi erano dei gruppi di uomini bianchi autorizzati a sorvegliare e controllare gli schiavi. Il loro compito era quello di investigare e riferire le discussioni e le relazioni, in particolare all'interno dell'attivismo nero. Leggendo in questi giorni Set the night on fire, di Mike Davis e Jon Weiner (Verso, 2020), ho scoperto che negli anni 60, il capo della polizia di Los Angeles, William H.Parker, inviò manifesti di reclutamento nelle carceri dell'Alabama, Stato del Sud storicamente culla del suprematismo bianco, in cerca di agenti da inserire nel Los Angeles polite department. La prima funzione della polizia in America è sempre stata il controllo degli afroamericani.
Qual è stato il peso della consapevolezza di una sostanziale impunità nella perpetuazione degli abusi della polizia nei confronti della comunità afroamericana?
Basta guardare la foto del poliziotto con il ginocchio sul collo di George Floyd. Sembra tranquillo come un cetriolo con le mani in tasca! Pensi che non sappia di essere intoccabile, in quel momento? Certo, se si è comportato così è proprio per le concessioni che ha ricevuto in passato dai suoi superiori. D'altronde, in 19 anni di servizio l'agente Derek Chauvin ha collezionato 18 denunce per comportamento violento, senza mai ricevere un procedimento disciplinare. E tutta la storia degli Stati Uniti, sin dalla fine della Guerra civile, dimostra che il meccanismo funziona così. La Corte suprema, nel creare la dottrina "dell'immunità qualificata" (uno strumento legale che offre una protezione speciale ai pubblici ufficiali nei casi di abusi contro i civili, ndr) per proteggere gli sbirri, ha sentenziato essenzialmente che loro non possono fare nulla di male. Il sistema protegge il sistema.
Quanto il caso di George Floyd è singolare rispetto alle decine di rivolte per i diritti civili che si sono succedute nella storia degli Stati Uniti?
Questi movimenti non si scatenano per via di un caso specifico, ma di "un lungo treno" di oppressione e impunità da parte di rappresentanti dello Stato e della polizia in particolare. Il caso di George Floyd non è proprio singolare, però è simbolico. Perché? Pensate a Emmett Till, l'adolescente di Chicago che nel 1955 andò a visitare la sua famiglia in Mississippi. Il quattordicenne è stato picchiato, torturato e ucciso, presumibilmente per aver fischiato una donna bianca. Quando al funerale sua madre aprì la bara per mostrare il corpo martoriato al pubblico, accese un fuoco che alimentò il movimento per i diritti civili. Allo stesso modo, le immagini, riprese dai cellulari, delle suppliche struggenti di Floyd che non riesce a respirare, mentre la sua gola viene schiacciata sotto il ginocchio di un poliziotto bianco, hanno costretto l'opinione pubblica a prendere sul serio il problema della violenza della polizia, anzi del terrore poliziesco, e hanno scatenato un movimento globale per la giustizia.
La storia del Black panther racconta di continue infiltrazioni da parte dell'Fbi e della polizia per screditare il movimento e privarlo dei suoi leader. Secondo te è una prassi tuttora attuale?
Nel suo racconto autobiografico, Eyes to my soul: The rise or decline of a black Fbi agent (The Majority Press, 1996), Tyrone Powers, un agente federale nero, racconta un episodio molto evocativo accaduto negli anni della sua formazione. Quando interrogò il suo istruttore riguardo la fine di Cointelpro, ossia il programma, segreto e non autorizzato, di sorveglianza, infiltrazione, e neutralizzazione degli individui e dei movimenti ritenuti sovversivi dall'Fbi, gli rispose qualcosa del genere: "Se funziona, perché smettere?". Lo Stato si oppone sistematicamente a coloro che cercano un cambiamento sociale, che si tratti di Martin Luther King Jr., Malcolm X, Huey Percy Newton. (A partire del 1969, Cointelpro prese di mira i Black panthers. I leader del movimento furono assassinati, incarcerati e accusati ingiustamente di crimini. Durante i loro processi, tattiche di intimidazione dei testimoni, di spergiuro e di negazione delle prove erano normalmente attuate, ndr). E attualmente al movimento Black lives matter. Documenti interni risalenti al 2017 dimostrano che l'Fbi sorvegliava il movimento Black lives matters con la designazione di "Black identity extremists". Si è parlato molto dei danni ai beni di consumo durante le rivolte, al punto di aver reiteratamente scansato il tema della perdita ingiusta di una vita umana per mano di rappresentanti dello Stato. Cosa pensi della natura del dibattito pubblico sulle proteste? Gli Stati Uniti, a causa della pervasività del capitalismo nella società, hanno un feticcio per gli articoli di consumo, lo shopping e l'euforia degli acquisti. Di fronte a un tale fascino, la vita dei neri non ha alcuna possibilità, poiché il valore di quest'ultima è profondamente svalutato in questo Paese.
Nel film BlacKKKlansman di Spike Lee (2018) la coppia di protagonisti si scontra sulla questione del metodo della lotta per i diritti civili degli afroamericani: cambiare le cose dall'interno o abbattere il sistema intrinsecamente razzista. Oggi quale strada ti sembra più pertinente?
La domanda vera è: riforma o rivoluzione? Quello sarà la gente a deciderlo. Ma mi sembra che i problemi siano così insolubili, gli odi e gli scontenti così radicati, che una semplice riforma non possa risolvere le questioni sollevate da questo momento storico. La politica, e non mi riferisco a quella attivista, ma a quella borghese bipartitica, è così distante dal polso del movimento che non penso ci sia alcuna speranza che possa dare una risposta davvero significativa. Marx ed Engels hanno affermato che lo Stato non è che il comitato esecutivo della classe dominante, vale a dire che serve gli interessi dei potenti, non quelli dei poveri, degli oppressi e degli espropriati. È possibile costruire uno Stato che sia al servizio degli ultimi? Non senza un potente movimento rivoluzionario. Temo che le mezze misure non saranno mai sufficienti.
Il carattere internazionale delle proteste attuali è un segno di sostegno alla comunità afroamericana, e al movimento antirazzista più in generale, o di una presa di coscienza collettiva di uno svuotamento delle democrazie?
Le dimostrazioni e le proteste anti razziste filo-afroamericane sono globali perché le oppressioni subite dai neri statunitensi hanno i loro echi nelle vite dei neri in tutto il mondo. La negrofobia è un fenomeno universale. Gli aborigeni in Australia, i turchi in Germania, i pakistani e i giamaicani a Londra o i senegalesi a Parigi, non importa davvero dove. Chi protesta sa che i frutti della schiavitù e del colonialismo permangono tuttora come resti marci del passato che contaminano il presente. E la libertà è dolce.










