di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 28 ottobre 2020
Nel nome del figlio: "Mi chiese di salvare gli amici dalla droga". Dino ha lasciato il lavoro e ha aiutato decine di giovani. Ora ha scritto la propria storia. Ha 82 anni e le suole delle scarpe consumate. Non per trasandatezza, ma perché di chilometri ne ha fatti tanti. Il suo nome è Dino e lo chiamano "Il tenente Colombo". A dispetto dell'età è sveglio, attento, veloce. Nel 1986 perse il figlio Fabio di 24 anni: a fatica era riuscito a tirarlo fuori dalla droga e per beffa del destino fu mortalmente contagiato dall'Aids. Nei tre mesi finali fu ricoverato in ospedale. Una minuscola stanza. Il padre andava a trovarlo ogni mattina. "Non avevo mai insistito per conoscerlo davvero, non eravamo mai riusciti a parlare apertamente dell'eroina, che era stata al centro della sua vita per così tanto tempo", si rammarica Dino Scaldaferri. La droga era un tabù, come succede in moltissime case funestate dalla dipendenza: c'erano gli scontri per i soldi, i tentativi di inserimento in comunità. Non il dialogo.
In quella stanzetta d'ospedale fu diverso. "Ci aprimmo l'uno con l'altro, finalmente. E io mi incamminai verso quella che chiamo "la mia università" con un maestro d'eccezione, mio figlio. Quei tre mesi mi cambiarono per sempre", dice. Fabio gli spiegò con parole lucide cosa spinge i ragazzi verso le sostanze, e verso l'eroina in particolare. Come ci si può porre con loro, come aiutarli. Le responsabilità sono condivise, tra genitori e figli. Uno degli ultimi giorni, Fabio gli fece prendere nota di alcuni nomi: erano suoi amici che, come lui, erano caduti nel pozzo della dipendenza. Gli chiese di andare a riacciuffarli nelle piazze dove si facevano con le siringhe, e prendersi cura di loro.
È il 5 luglio 1986, quando Fabio se ne va. Dino aveva quasi cinquant'anni e un buon posto come rappresentante per una ditta. Non ci pensa due volte. Rinuncia all'impiego. Mette mano ai pochi risparmi che ha. Partendo dagli amici di Fabio comincia a dedicarsi solo ed esclusivamente ai ragazzi, che con il passaparola diventano sempre di più. Il suo unico obiettivo diventa liberarli dalla droga. Scende nelle strade, scopre le abitudini che annota su un taccuino, come una specie di educatore va nelle carceri e nelle famiglie, nei tribunali e nelle comunità.
Li aiuta a reinserirsi e spesso mette a disposizione la sua casa (un ragazzo gli è stato affidato dal Tribunale per un anno intero). "Vado a trovarli nelle comunità di mezza Italia, sanno che con me possono parlare. Cerco di essere presente, cosa che con mio figlio non sono riuscito a fare". Ma la cosa incredibile è che si è formata una piccola squadra, con lui: alcuni sono ragazzi che ha salvato e adesso a loro volta aiutano, altri sono studenti che hanno ascoltato la sua testimonianza nelle scuole.
Uno, in particolare, Alessandro Muliari, oggi ha 27 anni, e lo ha convinto a scrivere un'autobiografia: esce tra poco e si intitola "Mio figlio mi ha insegnato". Nel libro intervengono anche assistenti sociali, educatori e avvocati. Ormai stanno tutti dalla sua parte. Dicono che ha un modo particolare di agganciare i giovani, di risolvere le situazioni. Ironico e intelligente, come il tenente Colombo.










