sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Ilaria Sesana


Avvenire, 2 febbraio 2021

 

Gli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam) a oggi sono sicuramente una soluzione più avanzata nella gestione delle detenute con prole, rispetto alle tradizionali "sezioni-nido" (peraltro ancora esistenti). Tuttavia è il momento di superare questi istituti, che devono restare l'ultima ratio".

Giulia Mantovani è docente di diritto penitenziario all'Università di Torino e indica nelle "Case famiglia protette" (già previste dalla legge 62/2011, ma mai pienamente attuate) il modello per trovare soluzione al dramma dei bambini costretti a vivere la detenzione accanto alle madri.

"Dare impulso alle Case famiglia protette significa proteggere mamma e bambino e, al tempo stesso, riaffermare il valore "rieducativo" che l'articolo 27 della Costituzione attribuisce alle pene. Penso che sia il momento adatto per valorizzare queste strutture che, occorre ricordarlo, sono necessarie affinché l'Italia dia piena attuazione alle linee guida internazionali in materia penitenziaria".

 

Quali sono queste normative?

Mi riferisco alle "Regole di Bangkok", risoluzione delle Nazioni Unite del dicembre 2010: una pietra miliare, il primo documento internazionale specificatamente indirizzato alla popolazione femminile autrice di reato e che indica il carcere come ultima risorsa. C'è poi la raccomandazione R(2018)5 del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa che sollecita gli Stati membri a sostituire il carcere con misure extra-murarie per i detenuti che devono accudire i figli minori.

 

Quali sono le indicazioni che vengono da questi documenti?

Entrambi mettono al centro i bambini, esortano gli Stati a prestare attenzione ai loro bisogni e indicano come via maestra l'esecuzione penale esterna al carcere. Nel caso in cui non fosse possibile, si esortano gli Stati ad adeguare l'ambiente affinché possa accogliere in modo adeguato anche i bambini. In questo secondo filone rientrano gli Icam che, in Italia, sono stati un momento positivo ma che in futuro auspicabilmente dovrebbero svuotarsi, man mano che sul territorio si aprono le Case famiglia protette. La detenzione nell'Icam dovrebbe essere un'extrema ratio, solo in quei casi in cui il giudice ritenga inevitabile ricorrere a una struttura penitenziaria.

 

Chi sono le donne che possono beneficiare delle Case famiglia protette?

Oggi la normativa prevede che il tribunale di sorveglianza possa inviare in Casa famiglia protetta una donna con figli fino a 10 anni, che non ha domicilio idoneo e quindi non può accedere alla detenzione domiciliare. Penso ad esempio alle straniere, senza rete familiare a cui appoggiarsi, o alle rom: non di rado i magistrati non concedono la misura alternativa perché i luoghi in cui vivono queste donne non vengono giudicati adeguati. Il primo obiettivo è ovviamente far uscire i bambini dal carcere, ma in futuro si può pensare di far diventare le Case famiglia strutture importanti da un altro punto di vista.

 

Quale?

Se si diffonderanno sul territorio, in un'ottica più ambiziosa potremmo ricorrervi anche per le donne che, pur avendo un domicilio, possono trarre maggiori benefici da una detenzione in una struttura che offre più supporti e migliori opportunità di reinserimento.