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di Michela Murgia


La Stampa, 26 aprile 2021

 

Non c'era una sola parola sbagliata nel discorso che Mario Draghi ha fatto ieri per la Festa della Liberazione dal nazifascismo. Poche frasi, ma talmente esatte che dovrebbero diventare il canone di riferimento per i discorsi di tutti i 25 aprile che verranno, invariate in bocca a qualunque presidente del Consiglio esca dalla tombola delle urne e dei rimpasti.

Il discorso ha infatti un pregio incommensurabile: contiene cinque parole magiche che in questi anni molti hanno cercato di far sparire, a partire proprio dai contesti istituzionali.

"Fascismo" e "nazismo", tanto per cominciare, a ricordare che non ci siamo liberati da una generica guerra, ma dall'imposizione di due dittature criminali che congiunte hanno fatto milioni di morti e hanno infettato l'Europa di razzismo e nazionalismo. La liberazione è dal nazifascismo e Draghi lo ribadisce senza ombre, smentendo chiunque, anche tra le parti politiche dell'attuale maggioranza, provi a descrivere la nascita della democrazia italiana come una notte in cui tutte le vacche erano nere, un periodo confuso in cui ciascuno aveva le sue buone ragioni e solo per caso una parte ha poi avuto la fortuna di diventare politicamente dominante.

Non è così: i venti mesi in cui le variegate forze partigiane, dopo l'armistizio del '43, ripresero il controllo del territorio italiano sottraendolo ai fascisti che si rifiutavano di riconoscere la sconfitta, furono la lotta tra una visione di mondo democratica e includente e gli ultimi residui di una dittatura che aveva portato il Paese alla catastrofe sociale.

Sentirlo ribadire dal presidente del Consiglio dovrebbe essere ovvio, ma a dimostrare che non lo è poi così tanto basterebbe la lettera che il direttore generale dell'ufficio scolastico regionale della Marche ha inviato in occasione della stessa ricorrenza, invitando chi studia a "non fare distinzioni di parte" (cioè a non essere partigiani) celebrando l'unità nazionale a prescindere alle opinioni politiche. Il discorso di Draghi dice invece il contrario: che siate adulti o giovani, sappiate che se l'Italia è un Paese libero è perché qualcuno si è preso la responsabilità e la fatica di fare una distinzione e scegliere da che parte stare: con la democrazia sempre, con il fascismo mai più.

Il ministero dell'Istruzione ha giustamente chiesto al direttore marchigiano di spiegare l'ambiguità delle sue frasi, ma non ci vuole una grande indagine per capire che la ragione di quello e di altri tentativi di inquinare la storia italiana è contenuta in un'altra delle parole tabù del discorso di Draghi: "memoria". Il presidente del Consiglio non la evoca per celebrarla retoricamente, ma la rimpiange come una cosa collettiva e perduta. La memoria non va confusa col ricordo: quello è personale, perché appartiene solo a chi c'era.

La memoria è invece il processo di costruzione di una narrazione comune in cui chiunque può riconoscersi e sentirsi parte, soprattutto se ha avuto la fortuna anagrafica di non dover vivere in prima persona l'esperienza del fascismo. I ricordi, specie se forti, non mutano più; la memoria invece va manutenuta ogni giorno: basta saltare una generazione perché vada perduta e con essa si perda anche la possibilità di riconoscersi in una storia comune.

Le ultime due parole che da anni non sentivamo nei discorsi pubblici delle figure politiche sono pesanti, ma necessarie: "odio" e "indifferenza", atteggiamenti distruttivi che oggi fanno parte quotidiana della nostra vita pubblica e che - sempre secondo le parole di Draghi - generano consenso per chi calpesta libertà e diritti. Sorpresa: c'è un odio che crea consenso e chi se lo intesta costruisce fortune politiche.

È facilmente riconoscibile, perché prende ancora la forma del razzismo e della xenofobia. Quell'odio, combinato con l'indifferenza di chi si gira per non vedere, oggi come ottant'anni fa consente la morte di centinaia di persone, non nei forni, ma nel fondo del Mediterraneo.

Liliana Segre, che proprio Draghi cita come fonte morale per spiegare i danni dell'indifferenza, non ha mai avuto problemi a riconoscere l'analogia tra i Ponzio Pilato di ieri e quelli di oggi, perché sa che è al presente, non al passato, che serve la memoria. "I migranti sono respinti come lo fummo io e mio padre, ebrei a varcare la frontiera nella notte e nella neve". Accogliamo dunque le forti parole di Draghi, ma sapendo che più forti ancora apparirebbero se i gesti di governo fossero conseguenti, per esempio cessando gli scandalosi accordi con la Libia e offrendo la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. La profezia nei discorsi può ispirare molto, ma non se smentita dal cinismo della realpolitik.