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di Liana Miella


La Repubblica, 17 novembre 2020

 

La giudice Ezia Maccora contro le norme anti-Covid di Bonafede. La presidente aggiunta dei gip di Milano, già vittima del virus a marzo, boccia come insufficienti le misure del decreto Ristori per fare comunque solo una parte dei processi da remoto. E critica i colleghi dell'Anm che non hanno ancora eletto i nuovi vertici.

"Preoccupazione, paura, negazionismo, impreparazione e improvvisazione". Ma anche "l'esigenza di rendere comunque giustizia e di pensarsi come collettività". Le norme "inadeguate" del decreto Ristori, il Covid, la sua seconda ondata. Ezia Maccora, presidente aggiunto dei giudici per le indagini preliminari di Milano, è già stata vittima del virus tra febbraio e marzo. Ne parlò, su Questione giustizia, la rivista online di Magistratura democratica, in un articolo che un mese dopo conteneva una scioccante testimonianza. Adesso torna a scrivere della pandemia, sotto un titolo apparentemente di routine - "La mia seconda testimonianza".

Partendo da una critica che va al di là della sua materia, la giustizia, perché "la ricaduta della virosi era del tutto prevedibile ed era attesa dal mondo scientifico, eppure nel periodo estivo la politica ha agito come se la pandemia fosse alle nostre spalle e non dovesse più tornare, e nessuno ha utilizzato il periodo di remissione per attrezzarsi ad affrontare adeguatamente quanto oggi stiamo rivivendo". Moglie di un cardiologo, anche lui vittima del Covid e ricoverato al suo fianco, Ezia Maccora anche stavolta fornisce un'analisi che si basa non solo sulla sua vita da giudice nel tribunale di Milano, ma anche di chi vive a stretto contatto con il mondo ospedaliero, per di più in una città come Bergamo, protagonista di una drammatica stagione di malattia.

"Un lavoro improbo e quasi impossibile" - La giustizia non può fermarsi, ma "il lavoro è improbo, e quasi impossibile". Ezia Maccora parte da qui per portare la sua testimonianza sui tribunali nei giorni di pandemia: "La virosi galoppa, colpendo magistrati, avvocati, personale amministrativo, tirocinanti, polizia giudiziaria. Rendere giustizia rimane l'obiettivo primario di tutti, che però si scontra con la realtà organizzativa ed amministrativa.

Le condizioni logistiche di molti palazzi di giustizia sono assolutamente inadeguate, non vi sono sufficienti aule di udienza in grado di assicurare il distanziamento, le condizioni igieniche e di sanificazione lasciano a desiderare, gli strumenti per la protezione personale mancano e quelli informatici sono del tutto insoddisfacenti. Siamo di fronte all'inadeguatezza assoluta dei luoghi di lavoro, ma la giustizia, quale servizio essenziale, non può fermarsi.

Ed ecco il rischio che sui singoli, qualunque sia il loro ruolo, si scarichi di fatto la responsabilità di far funzionare la macchina. I dirigenti (magistrati e amministrativi) cercano, con direttive più o meno stringenti, di predisporre possibili linee guida per assicurare lo svolgimento dell'attività giurisdizionale nel rispetto delle regole sanitarie poste a presidio del diffondersi della virosi. Un lavoro improbo e quasi impossibile".

La giustizia non può fermarsi - Se il punto di partenza imprescindibile è che "la giustizia non può fermarsi", allora il giudizio negativo sulle norme in vigore diventa inevitabile. Su queste, ma, come vedremo, anche sui colleghi. Maccora analizza il decreto Ristori, in particolare l'articolo 23, inserito dal Guardasigilli Alfonso Bonafede nel testo due settimane fa. Norme che Maccora definisce "del tutto insoddisfacenti e inadeguate a garantire il funzionamento della giustizia e il rispetto delle regole sanitarie per contenere la virosi". Frutto quantomeno di "improvvisazione" perché consente il processo da remoto "per una parte veramente minima della giurisdizione penale di primo grado".

All'opposto Maccora cita la disponibilità data dagli avvocati milanesi che riguardava invece un'area molto ampia, che volutamente il presidente aggiunto dei gip cita testualmente nel suo articolo: "Udienza di smistamento; udienze di conferimento di incarico peritale; udienza a seguito di opposizione al decreto penale di condanna con richiesta di patteggiamento, messa alla prova, oblazione; udienza preliminare; udienza preliminare in caso di patteggiamento e di discussione sulla richiesta di rinvio a giudizio; udienza di discussione abbreviato su istanza del difensore dell'imputato; udienza di rinvio; udienza per la valutazione della capacità dell'imputato a partecipare coscientemente al processo; udienza di declaratoria di intervenuta prescrizione; udienza di discussione in giudizio su istanza del difensore dell'imputato".

La negazione dei diritti - Tutti casi - chiosa Maccora - "in cui non vi è, all'evidenza, alcuna lesione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa e che consentirebbero alla giurisdizione penale di continuare ad operare nell'emergenza e nel rispetto delle regole stabilite per fronteggiare la virosi, un accesso contenuto al palazzo di giustizia, udienze tenute nel pieno rispetto del contraddittorio e senza rischio di possibili contagi".

Conclude Maccora: "La vera posta in gioco la conosciamo tutti: il blocco della giurisdizione si traduce nella negazione dei diritti, ma se non si tutela innanzitutto la salute dei cittadini, non vi saranno comunque diritti da tutelare. In questa morsa occorre agire a tutti i livelli per ricercare un possibile punto di equilibrio avendo in mente la precisazione terminologica richiamata da Nello Rossi (il direttore della rivista Questione giustizia ed ex avvocato generale in Cassazione nonché per anni pm a Roma, ndr.): si tratta sempre di ragionare su un diritto nell'emergenza e non di un diritto dell'emergenza".

Le critiche a Bonafede - Non mancano, seppure garbate, le critiche al ministro della Giustizia, il quale "non ha fornito le risorse necessarie materiali, personali e informatiche per consentire lo svolgimento dell'attività giudiziaria in piena sicurezza". Secondo Maccora "i presidi di sicurezza personale stanziati sono sicuramente insufficienti, le stesse dotazioni di computer e videocamere faticano ad arrivare, l'assistenza informatica non è adeguata e vi è il rischio concreto che la piattaforma Teams, sui cui dovrebbero svolgersi i processi da remoto, possa non reggere effettivamente il carico di lavoro complessivo sia del settore penale, sia del settore civile".

Maccora aggiunge che "solo lunedì 9 novembre sono stati forniti agli uffici giudiziari gli indirizzi Pec per consentire il deposito telematico di alcuni atti nel settore penale senza dare agli uffici tempi congrui per predisporre i necessari adeguamenti organizzativi". In più, anche lo smart working utilizzato dal personale amministrativo, in assenza, per il settore penale, della possibilità di accedere ai registri informatrici, "se si rivela utile per contenere gli accessi sul luogo di lavoro non favorisce però lo svolgimento regolare delle incombenze amministrative indispensabili per il funzionamento della attività giudiziaria".

In conclusione, "chi vive oggi negli uffici giudiziari ha la netta impressione che tutto continua ad essere affidato ad interventi estemporanei, non ragionati ed adottati sull'onda dell'emergenza". Secondo Maccora "di certo la situazione che stiamo vivendo è senz'altro eccezionale, ed è giusto sottolinearlo e tenerne conto, ma forse, in questa seconda ondata della virosi già annunciata, ci si poteva attendere quantomeno un tempismo diverso e scelte più adeguate costruite nel periodo estivo per mettere in campo un progetto organizzativo complessivo che oggi avrebbe attenuato le disfunzioni e i forti disagi che tutti viviamo. Purtroppo ciò non è avvenuto".

Bocciata anche l'Anm senza presidente - Inevitabile anche la bocciatura per la nuova Anm. Perché "in molti si aspettavano che i nuovi eletti, sentendo appieno la drammaticità del momento, riuscissero a eleggere, all'esito di un confronto anche duro, che poteva proseguire senza limiti e orari, la giunta esecutiva centrale e il suo presidente predisponendo un programma anche minimo ed essenziale in grado di affrontare le questioni vere che affliggono la magistratura e la giurisdizione, in questo momento storico, senza privarla in queste settimane di una voce di rappresentanza unica e autorevole verso l'esterno". Invece così non è stato, il nuovo appuntamento è per sabato 21 novembre, ma le divisioni tra le correnti sono profonde. Ed è auspicabile, secondo Ezia Maccora che è stata anche componente del Csm, che "i nodi evidenziati in quel dibattito associativo vengano sciolti al più presto per consentire all'Associazione piena agibilità politica".

Le "fughe in avanti" dei procuratori - E non manca una bacchettata anche per i suoi colleghi procuratori della Repubblica che hanno stilato un accordo con l'Unione delle Camere penali proponendolo al Guardasigilli. "Nel difficile contesto che viviamo non sono mancate fughe in avanti da parte di alcuni procuratori della Repubblica, che, pur di far fronte alle carenze organizzative e legislative, senz'altro esistenti, si sono di fatto posti come interlocutori privilegiati del ministro della Giustizia. I risultati che ne sono conseguiti in termini di previsioni normative e di predisposizione delle risorse necessarie sottovalutano che la principale fetta della giurisdizione, cioè quella giudicante, doveva essere messa in condizione di operare. Il sistema giudiziario è come una filiera di lavoro, mettere solo un settore in condizione di operare non raggiunge l'obiettivo di far funzionare l'intero sistema. Di questo forse non si è tenuto sufficientemente conto".

Un appello per tutti, no al blocco della giurisdizione - Quando il virus colpisce il Paese deve essere unito. Per questo, secondo Maccora, "tutti sono chiamati a mettersi in gioco pensandosi non come singoli ma come collettività, in cui ognuno fa la propria parte, sapendo che la giurisdizione è una macchina complessa che richiede soluzioni non improvvisate".

La sua conclusione va letta con attenzione e meditata: "Un compito importante spetta a ogni singolo magistrato, che deve evitare di essere intrappolato dalla paura che i cambiamenti spesso ingenerano, acquisendo uno sguardo lungo che vada oltre il rischio oggi non rimediabile di creare un arretrato sul proprio ruolo e tempi più lunghi per la fissazione e trattazione dei processi, investendo sempre di più sulle prospettive di gestione informatica del procedimento, ripensando e innovando tutti i modelli organizzativi fin qui adottati.

Tutte le attività produttive e tutte quelle essenziali del Paese si stanno confrontando con questa tremenda emergenza sanitaria, la giustizia non può tirarsi fuori e ognuno di noi deve essere responsabile anche oltre ciò che può oggi apparire un limite invalicabile. Il rischio, da un lato, di assumere atteggiamenti di sottovalutazione di questa emergenza sanitaria continuando a operare come prima senza curarsi delle esigenze di tutela della salute di tutti i soggetti che entrano in rapporto con noi, e l'idea, dall'altro, che occorra rassegnarsi a questa pandemia accettando il blocco della giurisdizione, sono i due estremi a cui non bisognerebbe avvicinarsi".