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di Luigi Bruschi


L'Espresso, 25 gennaio 2021

 

Il disagio dei giovani non è causato dalla didattica alla distanza in quanto tale. Perché è solo un metodo. E come tale non si improvvisa. "La DaD non funziona", "È una sciagura", "I ragazzi soffrono a causa della DaD", "Imparano meno", "Basta con la DaD". Di questo tenore è il coro di voci critiche che risuonano - sin dall'inizio - tra le mura di molti edifici scolastici nonché, negli ultimi giorni, tra quelle del palazzo ministeriale dell'Istruzione.

Persino il Presidente dell'Ordine degli Psicologi ha dichiarato: "Stare in classe non è solo studiare, i giovani in casa diventano più apatici e irritabili. La didattica digitale è meglio di niente, ma è un palliativo. Il guaio è che è stata portata avanti troppo a lungo". Per di più, pare che i dati sull'apprendimento in mano agli esperti del Ministero non siano rassicuranti: i ragazzi avrebbero imparato meno e sarebbero particolarmente ansiosi. Dunque? Dunque, a sentire il Ministro Azzolina e il Presidente degli Psicologi, per l'appunto, "La DaD non funziona".

Seppure mosso senz'altro da buoni propositi, questo tipo di conclusioni rischia di confondere il dibattito - troppo a lungo rinviato - sulle nuove tecnologie didattiche e sulla dimensione della formazione digitale e, in definitiva, distoglie da un importante quesito che in questa situazione drammatica, forzosamente sperimentale, dovrebbe alimentare le riflessioni in ambito scolastico (ma anche universitario): come funziona la DaD?

Se non si discute su questo, diventa difficile trarre conclusioni su dati che potrebbero essere ricondotti a qualsiasi cosa, anziché all'inaffidabilità della DaD. Tanto per fare qualche esempio: non è verosimile che l'ansia e il minore apprendimento siano riconducibili piuttosto allo stravolgimento della vita quotidiana in sé, alla reclusione e alla privazione sociale, ai timori per il futuro? E paradossalmente: senza la DaD - cioè con la sola reclusione e la didattica completamente sospesa - i nostri ragazzi sarebbero stati meglio? Facile dubitarne. Ecco perché un conto è affrontare la tematica del disagio dei giovani, altro è attribuire il disagio alla DaD, che è nulla più che un metodo, con i suoi principi e i suoi strumenti, e che pertanto, come ogni metodo didattico, va conosciuto a fondo, saputo progettare, saputo gestire. E qui verrebbe da dire "hic sunt leones".

Perché la domanda è: come siamo arrivati all'appuntamento con la didattica digitale? Quando giocoforza si è scelto questo metodo come alternativa alla presenza, quanti docenti erano formati sulla didattica digitale? E quanti ne sono stati formati in itinere, una volta compreso che la situazione di emergenza sanitaria non sarebbe terminata così presto come tutti speravamo?

La DaD, come ogni metodo didattico complesso e articolato, non si improvvisa, né tantomeno si inventa. I princìpi legati all'apprendimento digitale seguono le loro regole, gli strumenti vanno saputi usare. È lecito ad esempio fare a distanza la medesima lezione che si sarebbe fatta in presenza - nei tempi, nella quantità di contenuti, nella densità semantica degli argomenti - semplicemente mettendo tutti davanti a uno schermo? No, non è lecito, perché il 'carico cognitivo' degli studenti - cioè la quantità di informazioni che la memoria è in grado di elaborare - è profondamente diverso: per via del mezzo usato, per l'ambiente in cui ciascuno è (diverso per ciascuno), per la comunicazione "sfocata" dal punto di vista relazionale essendo a distanza.