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Vita Nuova - Avvenire, 16 maggio 2021


Caro lettore, quello che stiamo per dirti è il pensiero fisso di tutti i giorni, qualcosa che è radicato nella nostra storia e dentro la storia di tanti nostri compagni.

Rispetto al tema dell'ostatività ecco dunque, alcune riflessioni importanti che desideriamo condividere con te.

La prima: la Corte Costituzionale non sta eliminando ora l'ostatività per i condannati all'ergastolo perché già dal 1993 con la sentenza 306 ha introdotto l'istituto della "collaborazione impossibile" che il legislatore ha fatto proprio introducendolo nel comma 1 - bis dell'art. 4 bis dell'Ordinamento penitenziario e che prevede, nei casi di condannati per reati di mafia, laddove la vicenda processuale abbia chiarito tutti i fatti, di superare per l'appunto l'ostatività.

Dunque oggi la Corte Costituzionale sta eliminando solo la disparità tra coloro che hanno la fortuna di poter contare - per pura casualità - su una vicenda processuale totalmente chiarita e quanti invece non ce l'hanno.

Da sottolineare, dunque, che la "collaborazione impossibile" è concessa non in base al ravvedimento raggiunto dal condannato ma proprio solo in relazione a quanto sopra affermato; semplice conseguenza di una vicenda processuale completamente chiarita.

Per cui oggi tanti di noi vivono la strana situazione per cui l'essere valutati dal Giudice di Sorveglianza è possibile per un condannato che non ha fatto nessun percorso di rieducazione all'interno del carcere ed è invece negata a chi - da anni - sta lavorando su di sé, rivedendo la sua storia, riesaminando le sue scelte criminali, rendendosi disponibile a fare testimonianza della sua vita e del suo percorso in varie forme... In un'ottica di riparazione.

La Corte Costituzionale - sollecitata anche dalla Corte Europea di Strasburgo - è intenzionata a eliminare questa disparità di trattamento che pesa sulle nostre spalle più della condanna stessa perché la pena ci è stata inflitta giustamente, mentre l'impossibilità di reinserimento poggia sull'imprevedibilità del caso.

A proposito, poi, della questione complessa della collaborazione ritenuta a tutt'oggi essenziale ai fini di aprire un possibile cammino verso la libertà ai condannati all'ergastolo per reati di mafia, vogliamo fare nostre le parole inserite nella recentissima ordinanza 97 della Corte Costituzionale (redattore Nicolò Zanon): "la collaborazione con la giustizia non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento, così come il suo contrario non può assurgere a insuperabile indice legale di mancato ravvedimento...".

E anche questo è inciso nelle nostre storie, nelle fatiche di un ravvedimento serio, come possono testimoniare molte persone che ci seguono da anni: operatori penitenziari, insegnanti, volontari e i nostri stessi familiari che, in questa chiusura, vedono vanificati anche i loro sforzi.

Sentiamo, infine, tanto parlare di "certezza della pena" e, paradossalmente, è quello che auspichiamo anche noi; una pena certa nel "minimo" ma anche nel "massimo" che ponga un limite alla sofferenza delle persone, che mantenga vivo il desiderio di un cambiamento profondo, sostanziale, faticoso e non spenga la speranza che ci possa essere un domani per noi, per le nostre famiglie ma anche per quella parte di società che ha investito sul nostro percorso.

Per salvaguardare, infine, quel diritto alla dignità a cui ci richiama Marta Cartabia, Ministro della Giustizia, nella sua rilettura del magistero del Cardinale Martini: "La dignità va intesa come incomprimibile possibilità di recupero, di riscatto, qualunque cosa sia accaduta prima, qualunque fatto sia stato commesso: qui è la dignità della persona".

La redazione di Ristretti Orizzonti - Parma