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di Giampiero Rossi

 

Corriere della Sera, 29 aprile 2021

 

Francesca Marangoni aveva 17 anni quando suo padre Luigi, direttore sanitario del Policlinico, fu ucciso. La madre Vanna: "Abbiamo una verità processuale a cui dobbiamo attenerci e queste sentenze vanno rispettate e eseguite". "Penso che oggi sia accaduto qualcosa di giusto, che doveva accadere. Semmai era strana la situazione di prima".

Quando riceve la notizia degli arresti parigini, Francesca Marangoni è insieme a sua madre Vanna. A metà mattina i cellulari di entrambe iniziano a squillare con frequenza anomala. Perché tra le persone fermate in Francia c'è anche Sergio Tornaghi, che negli anni di piombo faceva parte della "Colonna Walter Alasia" delle Brigate rosse e a lui viene contestata una responsabilità anche per l'agguato mortale a Luigi Marangoni, direttore sanitario del Policlinico ucciso nel 1981.

"Passati 40 anni saranno anche cambiati, avranno capito molte cose, però se si sono macchiati di sangue devono scontare la condanna. Abbiamo una verità processuale a cui dobbiamo attenerci e queste sentenze vanno rispettate e eseguite. È giusto così", dice la signora Vanna Bertelè, 82 anni, che conosce a memoria ogni dettaglio di quegli atti processuali e tiene a sottolineare che - comunque - per l'omicidio del marito finora "sono state condannate otto persone e una infermiera, ma non Tornaghi".

La figlia Francesca ha fatto qualche ricerca su Internet per collegare nomi e vicende e ha cercato di rinviare il momento in cui la madre avrebbe avuto la notizia, perché - ogni volta che si ripresenta - quel passato provoca dolore ed emozioni forti. Lei aveva 17 anni e suo fratello 15 quando, il 17 febbraio 1981, quattro terroristi armati di mitra e bastoni bloccarono il padre sotto casa, in via Don Gnocchi, e spararono per ucciderlo.

 

Quali emozioni provoca il ritorno improvviso di un passato così doloroso?

"È difficile persino dare un nome alle sensazioni di questi momenti. Io ho avuto un pensiero istintivo per le altre famiglie che hanno perso qualcuno per quei fatti, a Gemma e Mario Calabresi che sono sempre stati più direttamente coinvolti, mentre io a un certo punto ho voluto vivere nella convinzione che fosse un capitolo chiuso, anche se magari quelli che sono stati condannati per la morte di mio padre sono già usciti dal carcere. Ma io non lo voglio nemmeno sapere".

 

E tutti quelli che avevano trovato rifugio in Francia?

"Quella era davvero l'anomalia, la stranezza che adesso è stata cancellata, evidentemente doveva andare così, doveva accadere adesso. Ma di certo oggi avverto la sensazione che qualcosa si sia compiuto ed è inevitabile che ritornino i ricordi di papà, che comunque mi hanno sempre accompagnata".

 

Quali sono stati i pensieri più ricorrenti in questi quarant'anni?

"Ogni tanto affiora il rimpianto per tutte le occasioni in cui avrei voluto che lui fosse lì con me, per tutti i momenti che avrei voluto condividere e allora ritorna il grandissimo senso di ingiustizia per lui, il grande spreco della sua vita che nessun processo e nessuna condanna e nessun arresto potrà mai restituire: un padre che è stato seguito, spiato e ucciso da persone che si sono appostate ad aspettarlo sotto casa".

 

E cosa ha provato quando ha visto nell'aula del processo le persone accusate e poi condannate per quel delitto?

"Ricordo con affetto e gratitudine la famiglia De Cataldo. Ci sedevano vicino, noi familiari delle vittime, praticamente attorniati da decine di imputati e dai loro avvocati, li vedevamo conversare, a volte anche ridere. E io pensavo che, dopo tanti anni, quel processo potesse essere l'occasione per spiegare, almeno per dirci come sono arrivati a compiere una scelta così decisiva per le loro vite, oltre che per le nostre e per quella di mio padre. Non mi avrebbero comunque convinta, ma almeno avrei provato a capire... E invece niente".

 

E adesso arriva questa svolta inattesa...

"Sì, anche se in effetti era una situazione anomala, sbagliata. Era come se queste persone considerassero la giustizia italiana poco importante, di serie B. Ma si vede che il momento era adesso. Nulla potrà restituirci papà, però questo momento fa parte di come devono andare le cose. È passato tanto tempo, ma è giusto che sia accaduto".