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di Grazia Longo

 

La Stampa, 7 maggio 2020

 

Intervista a Giovanni Tamburino, magistrato ed ex direttore del Dap.

 

Giovanni Tamburino, lei che è stato presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma e Venezia, nonché coordinatore nazionale dei magistrati di sorveglianza e capo del Dap, come valuta l'ipotesi di un provvedimento ministeriale per rispedire in cella i boss scarcerati a causa del coronavirus?

"In base alla mia esperienza posso dire che ritengo ragionevole e giustificato che i Tribunali di sorveglianza possano rivalutare la posizione di questi 376 detenuti. Perché è vero che finora i giudici hanno optato per una misura restrittiva diversa dal carcere in base a valutazioni serie e scrupolose, ma è altrettanto vero che la modifica delle condizioni di salute, o del rischio pandemico come in questo caso, non sempre vengono prese in esame per ripristinare il carcere".

 

Considerazione che vale solo per i detenuti al 41bis, il cosiddetto carcere duro in isolamento, e quelli in Alta sicurezza?

"No, è un principio da seguire in generale, quando ovviamente si tratta di questioni di salute e non di diversa progressione trattamentale, nel caso cioè in cui la misura restrittiva è stata ridotta per il progresso, per il miglioramento del comportamento del detenuto".

 

Con il decreto legge 28 del 30 aprile scorso, si è stabilito che i Tribunali di sorveglianza, prima di emettere le ordinanze sui domiciliari dei boss, debbano consultare le direzioni distrettuali antimafia o, nel caso dei 41bis, la procura nazionale antimafia. Nell'eventualità di un nuovo decreto legge, o di un nuovo provvedimento per rispedire i boss in prigione, questa consultazione sarà ancora necessaria?

"Certamente, gli organi di competenza specializzati per le questioni di mafia, come sono appunto le Dda e la Dna, sono chiamate ad esprimersi per una vicenda così delicata com'è l'applicazione di misure meno restrittive peri boss".

 

Ma com'è possibile una simile inversione di rotta?

"Non spetta a me esprimere giudizi sui casi singoli, ma credo che se la scarcerazione delle 376 persone sia dipesa, come pare, dalla diffusione del coronavirus, ora che le condizioni legate all'epidemia sono sostanzialmente cambiate occorre, come in ogni altro caso, rivalutare le misure alternative al carcere".

 

Facendo un passo indietro, tornando cioè al momento in cui i 376 boss sono stati scarcerati, possibile che non si potesse fare altrimenti?

"È innanzitutto necessario premettere che la salvaguardia della salute del detenuto ha la priorità. È una regola che vale in linea generale. Quando le condizioni di salute sono molto gravi la detenzione in prigione può essere addirittura sospesa in via definitiva. Ma è evidente che attualmente ci troviamo ad affrontare un'emergenza sanitaria legata alla pandemia del Covid-19. Altrimenti non si spiegherebbe la scarcerazione di un numero così elevato di persone".

 

Invece di annunciare un provvedimento ancora in fieri per rimandare dietro le sbarre i 376 boss, non sarebbe stato meglio ricorrere a un provvedimento urgente da attuare in tempi più immediati?

"Tacere non avrebbe avuto molto senso: escludo che il nuovo provvedimento che verrà adottato possa avere l'effetto diretto di ripristinare il carcere, in quanto dovrà comunque passare il vaglio dell'autorità giudiziaria. E trascorrerà inevitabilmente del tempo".