di Gaetano Zoccali
Gente, 12 settembre 2020
A 35 anni dalla nascita del progetto Exodus, riparte la carovana educativa: ragazzi che hanno avuto problemi con la giustizia attraversano a piedi l'Italia. "È un percorso di quattro mesi, alternativo al carcere minorile", dice don Mazzi.
Dopo 35 anni riparte la Carovana di Exodus. Si ricomincia a camminare, come alle origini. "Non c'è niente di meglio per tenere i piedi per terra", dice a Gente don Antonio Mazzi. "I nostri piedi sono come le radici per un albero, ci tengono ancorati al suolo. A salvarci sono i passi che muoviamo sul mondo", afferma.
Proprio nel momento di massima immobilità, durante il lockdown, il fondatore della Comunità Exodus ha avuto modo di soffermarsi nuovamente sull'importanza del mettersi in movimento, come percorso educativo. "Ora i nostri ragazzi sono partiti. Hanno sbagliato cercando la libertà e ora li aiutiamo a trovare una liberazione. Camminare è uno strumento di liberazione, un modo per disintossicarsi, per rimettere in ordine il mondo che questi adolescenti hanno dentro". Il progetto di Fondazione Exodus appena partito si chiama "Pronti Via!" ed è stato selezionato dall'impresa sociale "Con i bambini" nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.
A partire, il 5 settembre, sono stati sette ragazzi dai 14 ai 17 anni che hanno avuto problemi con la giustizia, insieme con quattro educatori, una cuoca, un docente. Dopo un mese di preparazione hanno lasciato la Val Masino, in provincia di Sondrio, alla volta di Monzuno (Bologna), prima tappa del cammino di quattro mesi che li porterà dalle Alpi agli Appennini, in Umbria e Lazio, per approdare all'Isola d'Elba a Natale. Arriveranno a camminare per 20 chilometri al giorno con zaino in spalla.
"Con i piedi gonfi, ma con la testa a posto", dice don Antonio. "In questi mesi faranno i conti con la fatica e si confronteranno con gli altri maturando relazioni. Incontreranno diverse comunità locali, studieranno e faranno verifiche regolari, ma è un'avventura. I ragazzi non sanno dove andranno e dove dormiranno domani. Non è tutto previsto o programmato, perché bisogna essere pronti a qualsiasi evenienza: si accetta il rischio dell'imprevisto e la capacità di valutarlo e ci si confronta con le leggi della natura. È questa l'esperienza di crescita. Solo così può maturare la consapevolezza di potercela fare", continua don Mazzi.
"Io ho 90 anni, se ne avessi 50 camminerei con loro, ma andrò a trovarli in più tappe". L'educazione itinerante è nel dna di Exodus. Già il 25 marzo del 1984, a qualche anno dalla fondazione di Exodus, 13 ragazzi tossicodipendenti partirono in bicicletta con quattro educatori dal parco Lambro di Milano e attraversarono l'Italia in 10 mesi.
Il progetto "Pronti Via!", coordinato da Franco Taverna, coinvolge 10 partner. Durerà quattro anni ed è pensato come risposta educativa per i minori che hanno commesso reati penali e sono sottoposti a misure restrittive, come percorso alternativo alla detenzione. Nel quadriennio partiranno sette carovane, in totale cento ragazzi in carico ai servizi di Giustizia minorile. "Bisogna superare la logica del carcere.
L'obbiettivo è arrivare a un modello strutturato e convincere le persone e il governo che le carceri minorili vanno soppresse e sostituite con strutture dove i ragazzi possano davvero essere rieducati e aiutati. Non si salva una persona che sbaglia castigandola. Ciò che reprime non si può chiamare educazione", afferma il sacerdote. "Questi ragazzi con problemi dimostrano il fallimento della famiglia e della scuola. La nostra scuola media andrebbe cambiata radicalmente, l'attuale sistema di insegnamento è vecchio di trent'anni. Non si possono tenere gli adolescenti da 10 a 14 anni ancorati ai banchi di una classe ad ascoltare in maniera passiva per ore, proprio nel momento in cui loro hanno una rivoluzione in corpo. Oltre a imparare la teoria, dovrebbero apprendere coinvolgendo tutto il corpo. Io sostituirei le odierne scuole con villaggi scolastici che includano piscina, palestra, laboratori manuali di musica, arte e corsi pratici.
I ragazzi devono conoscere chi sono e capirsi ascoltando il loro corpo. Inoltre, andrebbero invitati a scrivere un diario per almeno 15 minuti al giorno. Gli adolescenti sono lasciati soli dalla famiglia. In più, non hanno amici, né fratelli o cugini, manca il senso di comunità e la solitudine crea molti problemi, perché a quell'età si è estremisti. Se non sembri un vincente non ti guarda nessuno, così iniziano le prese in giro, la violenza, il bullismo".
E la città, al posto di avvicinare le persone, rischia di allontanarle. "Si pensa solo ai centri storici, ma il laboratorio del futuro su cui lavorare sono le periferie. Ho visto mamme più sorridenti in Madagascar, dove lavano i bimbi nelle pozze, rispetto a corso Buenos Aires a Milano, dove invece passeggiano con le carrozzine firmate, ma non sorridono ai loro figli"










