di Alessandro Ferrucci
Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2020
Anna Ammirati è tra i protagonisti della serie tv di Rai1 sul carcere minorile di Napoli. "Sono nata in quella realtà". Il rovescio dei piani, non la sovrapposizione, è negli occhi di Anna Ammirati quando parla di "Mare Fuori", la serie tv di Rai1 dedicata ai ragazzi "ospiti" di Nisida, l'istituto di Pena Minorile di Napoli. "È stato un po'come ritrovare gli occhi dei miei compagni di viaggio quando da adolescente prendevo la Circumvesuviana per andare a scuola. E con il passare degli anni ho visto mutare i loro sguardi".
Lei nella serie interpreta Liz, un'educatrice non totalmente in grado di schermarsi da certe storie; storie che le invadono l'io, le relativizzano l'esistenza, affondano nel suo regresso. "Il focus è sul punto di vista dei ragazzi, delle loro famiglie, e il rapporto che si costruisce con gli educatori". Lei quella realtà la conosce bene. Tempo fa, per uno spettacolo teatrale, avevo bisogno di entrare meglio dentro certi meccanismi famigliari, dentro il sistema della delinquenza.
E...
Rifletto sulla responsabilità degli adulti; (silenzio) c'era un ragazzo che desiderava diventare barbiere, ma il fratello, boss del quartiere, glielo impedì con ogni mezzo seduttivo.
Un classico...
Ripenso a cosa gli gridava perché non era in grado di tenere in mano una pistola: "Ti devi far rispettare, non fare il ricchione".
È cresciuta da quelle parti...
A Torre Annunziata: non è stata una passeggiata, per fortuna sono nata in una famiglia solida e presente. È l'unica salvezza.
Altrimenti?
Come dicevo prima, per me la Circumvesuviana ha rappresentato lo schermo più nitido rispetto alla realtà che vivevo: già allora guardavo i compagni di viaggio e tentavo di andare oltre gli input esteriori.
Cioè?
Dalla seconda fermata i vagoni si riempivano di eroinomani, spacciatori, piccoli ladri: un'umanità varia e disperata. Tutti i giorni così. E alcuni oramai li conoscevo di vista, avevo imparato a decifrare i loro momenti bui, i tic, le nevrosi, i timori. Soprattutto gli occhi infossati.
Non mentono...
Lo sguardo da vivace e attento, magari in caccia di una preda, diventava arreso e diretto all'ineluttabile. Poi all'improvviso quegli occhi sparivano e non sapevo se erano morti o finiti in galera.
A un certo punto è andata a vivere a Roma: fuga o altro?
Entrambi gli aspetti: per un lungo periodo mi sono sentita in conflitto con la mia realtà d'origine; (sorride) quando ho letto Gomorra, non mi sono sconvolta come la maggior parte delle persone.
L'avranno presa per snob. Forse, in realtà per me era solo una fiction sulla mia infanzia. Rispetto a 30 anni fa, com'è cambiata Napoli e l'hinterland?
Si sono mostrificati di più; però a vedere dove sono nata ci sono tornata una sola volta.
È entrata in carcere, ha parlato con i ragazzi...
Un paio di volte e l'effetto è straniante, ho avuto la percezione di confrontarmi con persone che sbagliano non dei delinquenti assoluti da emarginare. L'approccio loro con lei. (S orri de) Molto vivace, con un paio di apprezzamenti colorati; ma era previsto, è un modo per incutere timore, o solo difendersi. In certi casi l'errore più banale è quello di scomporsi, mostrarsi offesi o superiori. Per gli attori a volte è complicato schermarsi. Invece in alcuni casi è importante trovare le forze per permettere alle emozioni di affrontare le nostre convinzioni: non si può sempre e solo restare degli spettatori partecipi.
Insomma, un po' è fuggita da lì...
Da ragazza? Quando mi presentai al provino per entrare all'accademia di teatro, temevo di non aver studiato alla perfezione. Io ci tenevo tantissimo e loro erano giustamente esigenti.
Quindi?
Durante il saggio capii che non stavo rendendo secondo le aspettative: decisi di simulare uno svenimento.
Funzionò?
Sì, salvo poi mandarmi via perché avevo accettato il ruolo da protagonista in un film di Tinto Brass (silenzio, sorride).
Ma?
Come dicono quelli bravi? Quella è tutta un'altra storia. Adesso mi interessa aiutare questi ragazzi che sbagliano.










