di Umberto Gentiloni
La Repubblica, 2 agosto 2021
Cancellare il lemma dall'articolo 3 sarebbe un errore. Serve a ricordare gli orrori del nostro passato. L'approdo di Albert Einstein negli Stati Uniti si accompagna a una frase lapidaria in risposta a un questionario predisposto dall'ufficio immigrazione. A fronte dell'indagine sulla razza di appartenenza dei nuovi arrivati sembra che l'illustre scienziato (per la verità la frase rimane d'incerta attribuzione anche a distanza di decenni) abbia risposto nel 1933 "appartengo all'unica razza che conosco, quella umana".
La fuga dalla minaccia del nuovo ordine hitleriano, dall'Europa avviata verso un futuro di violenze e terrore prende così il segno di una discontinuità profonda: alle logiche di una superiorità presunta e sbandierata corrisponde il riconoscimento di una civiltà fondata sul rispetto delle persone, sulla loro irriducibile alterità. Da allora la genetica ha compiuto passi da gigante chiarendo oltre ogni ragionevole dubbio che le razze non esistono e che la costruzione di paradigmi e differenziazioni risponde a disegni politici, progetti di potenza, diffusione sistematica di emozioni e conflitti che si nutrono delle incognite legate alle paure del diverso.
Un itinerario che ha tenuto insieme la scienza e la cultura, i processi storici e le stratificazioni sociali. In questo quadro l'utilizzo della parola razza, la valenza semantica del suo divenire merita attenzione e rigore. L'utilizzo del termine in una modulistica legata alla privacy o ad altri possibili usi del contemporaneo è deprecabile, indica nel migliore dei casi una superficialità inaccettabile, uno scarso senso delle cose e del loro significato. Sì, il significato delle parole è il cuore della discussione sulla "razza" e sulle "razze" aperta su queste colonne dall'intervento del direttore.
Del resto il cammino dell'umanità è anche un continuo riflettere sulla forza della parola, sull'uso e l'abuso di costruzioni verbali, di frasi che sostengono il processo di nazionalizzazione delle masse. Sarebbe pericoloso e fuorviante procedere verso la cancellazione della parola razza nell'articolo 3 della nostra Carta costituzionale. Quel termine ha un valore che va ben al di là del significato che oggi possiamo dare alla parola in sé, porta i segni del tempo, le ferite di una scelta, i lasciti e le contraddizioni di una sfida terribile. I costituenti marcano con nettezza una presa di distanza da tutto ciò che aveva segnato la prima metà del Novecento: guerre, violenze, progetti di potenza fondati su disegni pseudo scientifici di superiorità razziale. La componente biologica della proposta nazi fascista scuote le fondamenta del vecchio continente e gli stessi pilastri della cultura dell'occidente: la Carta del 1948 vuole chiudere una pagina intrisa d'odio, colpevoli indifferenze, sopraffazioni per sintonizzare una comunità nazionale sulle possibilità di un nuovo ordine, interno e internazionale. Ecco perché quel termine rappresenta anche un monito di un tempo lontano che purtroppo non è consegnato esclusivamente ai sentieri della ricerca storica. Non si può cancellare quella pagina, né pensare di rimuovere una controversa e incompiuta presa di distanza dai razzismi antichi e vicini, dalle forme manifeste o nascoste di discriminazione.
Il passato com'è noto non si cancella, ma la furia distruttrice di simboli, riferimenti, statue e consuetudini rischia di produrre un duplice risultato. Da una parte una giustizia sconnessa dalla dimensione temporale, una sorta di tribunale sospeso che giudica e interviene fuori da ogni contesto o richiamo al passato animato dalle pulsioni di chi spinge per liberarsi dalle zavorre condizionanti di un tempo lontano.
Dall'altra un'involontaria ma pervasiva "de responsabilizzazione" individuale e collettiva, un lascia passare che assolve in modo incondizionato tutti i partecipanti. Come se la cancellazione di termini ambigui, di parole che hanno condizionato pesantemente tornanti del passato possa automaticamente liberarci dai fantasmi che abitano dentro quelle stesse parole. Sarebbe troppo semplice, persino ingenuo pensare che il razzismo possa essere cancellato insieme alle parole che ne tracciano la storia o che le tante forme di discriminazione possano essere ridimensionate o sconfitte con un colpo di spugna capace di intervenire sui linguaggi diffusi nel web, sugli striscioni nelle curve degli stadi o sulle argomentazioni spregiudicate di nostalgici o politicanti in cerca di qualche voto.











