di Valentina Stella
Il Dubbio, 6 dicembre 2019
Permessi-premio: parla Maria Antonia Vertaldi, presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma. "La decisione della Consulta ci restituisce quella attività di giurisdizione che la preclusione e l'automatismo imposti dall'art. 4bis comma 1 dell'ordinamento penitenziario avevano congelati". "abbiamo giurisdizione nazionale esclusiva sui reclami, sull'imposizione o la proroga del 41bis e sulle istanze avanzate dai collaboratori di giustizia".
"La caduta della preclusione rende giustizia al diritto alla speranza di ogni persona detenuta e amplia l'ambito di giurisdizione della Magistratura di Sorveglianza, quale giudice dei diritti delle persone detenute".
Maria Antonia Vertaldi, da due anni presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, commenta al Dubbio la sentenza della Corte costituzionale sull'illegittimità costituzionale dell'articolo 4bis, primo comma, dell'Ordinamento penitenziario.
Dottoressa Vertaldi, ritiene che anche chi si è macchiato di gravi delitti ed è stato condannato per mafia e terrorismo abbia diritto alla speranza?
"Ritengo che non si debba mai privare nessuno del "diritto alla speranza come diritto di ricominciare". Papa Francesco rivolgendosi ai detenuti ha detto: "Non lasciatevi mai imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza" e li ha invitati ad avere "il coraggio umile di chi non mente a sé stesso". Ha così indicato loro la via della revisione critica del proprio passato al fine di iniziare un cammino nuovo che potrà comportare anche rescissione di legami criminali e, di conseguenza, scemare sensibilmente il profilo di pericolosità sociale di chi ha commesso reati anche molto gravi.
È anche il verificarsi di tale percorso che la magistratura di Sorveglianza dovrà accertare per poter fare accedere anche i condannati per reati di criminalità organizzata a permessi - premio pur in assenza di collaborazione con la giustizia, la quale penso abbia dato e dia i suoi frutti nel contrasto alla criminalità organizzata. Non so quante siano, tuttavia, le scelte collaborative "libere".
In ogni caso sono servite a chi le ha operate e sono servite a chi le ha utilizzate per riconquistare territori massacrati. Non credo, tuttavia, che collaborazione con la giustizia sia anche necessariamente ravvedimento, rieducazione e volontà di fare per gli altri in una ottica riparativa. Sarà interessante anche verificare il numero delle collaborazioni che interverranno a seguito della sentenza della Corte costituzionale.
La magistratura di Sorveglianza saprà cogliere dai risultati del trattamento condotto in carcere, caso per caso, tutti gli elementi necessari per la più corretta formulazione del giudizio prognostico, ipotizzando all'uopo anche l'adozione di protocolli operativi di indagini patrimoniali al fine di far confluire nel procedimento concreti elementi di fatto e non solo generiche affermazioni circa la attualità della sussistenza delle diverse organizzazioni criminali e la appartenenza ad esse dei diversi soggetti. Si tratta di un giudizio di valutazione, complesso e composito, rigoroso come sempre, sul profilo di pericolosità sociale del condannato detenuto e sulla sua partecipazione al trattamento condotto nei suoi confronti, più che sulla mera condotta carceraria. Viene valutato il suo allontanamento dalle organizzazioni criminali ed esaminato il contesto socio-familiare nel quale il soggetto dovrebbe pur brevemente rientrare".
Molti hanno criticata questa decisione perché così i magistrati di Sorveglianza potrebbero essere ricattati e/o minacciati al fine di concedere i benefici ai detenuti. Il presidente della Consulta Lattanzi ha risposto "Non abbiamo giudici che si fanno intimorire"...
"La magistratura di Sorveglianza ha sempre esercitato la sua peculiare giurisdizione con grande responsabilità. Per quanto ricordi, il tema "possibilità di intimidazione" del magistrato di Sorveglianza non si è mai posto. Né mai alcuna straordinaria particolare tutela è stata adottata, ad esempio, per i magistrati di Sorveglianza, nemmeno per quelli del Tribunale di Sorveglianza di Roma che di volta in volta compongono i collegi giudicanti in materia di art. 41bis dell'Ordinamento penitenziario, contrariamente a quanto accade, sempre a mero esempio, per i magistrati della Direzione Nazionale Antimafia che partecipano alle medesime udienze. L'esposizione a rischio minaccia è da ritenersi verosimilmente uguale per il giudice penale, per il Pm e per il magistrato di Sorveglianza. Enfatizzare oggi una ipotetica maggiore esposizione del magistrato di Sorveglianza nel momento in cui quest'ultimo opera nella materia oggetto della pronuncia della Corte costituzionale in parola conduce al risultato, certamente non voluto, di riconoscere quasi una astratta forza intimidatoria posta a presidiare tale giurisdizione e, dunque, una vulnerabilità della magistratura di Sorveglianza. La decisione della Consulta, invece, restituisce alla magistratura di Sorveglianza, che deve essere però dotata di adeguato organico per bene operare, quella attività di giurisdizione che la preclusione e l'automatismo imposti dall'art. 4bis comma 1 dell'Ordinamento penitenziario avevano congelati".
Dalla sua esperienza, come giudica la concessione di misure alternative?
"Rilevazioni statistiche nazionali ed internazionali evidenziano come l'espiazione della pena, o parte di essa, in regime alternativo alla detenzione contenga molto il rischio di ricadere nella commissione del reato. In effetti la necessità di dedicarsi a uno stabile lavoro o altra attività socializzante, il doversi adoperare nei confronti della vittima del reato e tutte le altre prescrizioni responsabilizzanti che il tribunale di Sorveglianza, caso per caso e sulle rilevate esigenze, impone sulla base della osservazione condotta in carcere dal condannato da professionisti esperti, aprono a quest'ultimo la via della legalità e del rispetto delle regole di civiltà. Deve, tuttavia, dirsi che non tutte le misure alternative hanno buon esito e che in ordine alla loro concessione incidono in negativo alcuni fattori. La mancanza di offerta di lavoro e di accoglienza da parte del territorio per chi risulta portare lo stigma del detenuto. La mancanza di idoneo domicilio e riguardo a soggetti portatori di dipendenze, l'assenza, la genericità e/o l'inadeguatezza dei piani terapeutici indicati nonché, il ridotto numero di Comunità terapeutiche accreditate specialmente per l'accoglienza e cura soggetti con doppia diagnosi".
Molti avvocati lamentano che nel tribunale di Sorveglianza di Roma persista una "intollerabile situazione che da tempo contraddistingue l'esercizio delle legittime prerogative difensive"...
"Solo recentemente sono state coperte le tre vacanze nell'organico dei magistrati. La situazione del personale amministrativo è tragica in quanto presenta una scopertura complessiva attuale vicina al 37%, che sarà del 40% tra pochi mesi. Nelle sedi competenti nessuna iniziativa risolutiva, sempre richiesta, è stata adottata. Il tribunale di Sorveglianza di Roma ha un bacino di utenza esteso a tutto il Distretto della Corte di Appello di Roma con tre Uffici di Sorveglianza (Roma, Frosinone e Viterbo). Parliamo di un territorio sul quale insistono tredici gli Istituti di pena. Il tribunale di Sorveglianza di Roma esercita, inoltre, giurisdizione nazionale esclusiva in ordine ai reclami avverso la imposizione e/o la proroga del regime di cui all'art. 41bis dell'Ordinamento penitenziario e in ordine alle istanze avanzate dai collaboratori di giustizia. Iniziative di riorganizzazione degli uffici sono state da me assunte sia riguardo alla creazione di strutture amministrative, orientate a rendere più fluide e veloci le lavorazioni delle diverse procedure, sia riguardo all'organizzazione del lavoro dei magistrati. Purtroppo la mancanza di risorse umane da impiegare condiziona negativamente i risultati auspicati.
Anche la inadeguatezza dei locali destinati agli Uffici, nonché la loro insufficiente informatizzazione, frustrano molto non solo l'utenza ma, anche lo stesso personale amministrativo oltre che i magistrati che tutti i giorni, anche con grande impegno, lavorano in una tale situazione di disagio. Tale realtà lavorativa genera la intollerabile situazione che da tempo contraddistingue l'esercizio delle legittime prerogative difensive, come talvolta l'avvocatura lamenta. Il ministro della Giustizia nell'immediatezza della pronuncia della Corte costituzionale sul primo comma del 4bis ha affermato che la questione merita priorità. Mi auguro che lo sia anche al fine della predisposizione delle risorse e dei mezzi per consentire la migliore conduzione della ulteriore attività complessa della magistratura di Sorveglianza che la pronuncia suddetta richiede".
Innegabile è il problema del sovraffollamento. La soluzione è quella della costruzione di nuove carceri?
"Rendere migliore la vita di chi è in espiazione di pena detentiva pensando innanzitutto agli spazi, secondo il dettato della Cedu, è giusto. Penso, tuttavia, che non sia la sola costruzione di nuove carceri a poter risolvere il problema del sovraffollamento. Credo che sia contemporaneamente necessario dare dei contenuti alla pena detentiva affinché diventi veramente occasione per il condannato di riflessione sul suo vissuto, di responsabilizzazione e di progettazione di un proprio futuro, nell'ottica del contenimento del rischio di recidiva in una dimensione di prevenzione generale della criminalità nonché del sovraffollamento carcerario. Inoltre, in una auspicata revisione generale dell'intero sistema dell'esecuzione penale, occorrerebbe individuare altre tipologie di pene, diverse da quella detentiva e nell'alveo delle misure alternative. Tenendo presente che le prescrizioni, imposte e formulate sulla dichiarata volontà del soggetto, in una sorta di "patto" di voler fare per sé e per gli altri, siano più responsabilizzanti per il condannato e, dunque, più rispondenti all'esigenza di tutela della sicurezza sociale. Bene sarebbe, infine, aumentare il numero di Istituti a custodia attenuata per particolari categorie di soggetti condannati a pena detentiva, con particolare riguardo ai portatori di dipendenze e di doppia diagnosi nonché, alle esigenze delle detenute con prole in tenera età".









