di Sebastiano Depperu
La Nuova Sardegna, 9 giugno 2021
È appena uscito il libro "Divieto di arresto e di detenzione - un virus ideologico del sistema Italia" di Giovanni Usai. È un libro scritto da uno che non ama definirsi scrittore per rispetto di quelli che "lo sono davvero e meritano quel titolo". Il lurese Giovanni Usai, attualmente consigliere di minoranza a Luras e possibile candidato alla carica di sindaco alle prossime elezioni d'autunno, ha un approccio pragmatico, determinato e pare già essere impegnato anche in un altro lavoro che potrebbe vedere la luce nella primavera del 2022.
"Sono un appassionato di cronaca giudiziaria e un osservatore attento delle dinamiche complementari, compreso l'impatto che queste determinano presso la pubblica opinione - dichiara l'autore -. Il mio è un approfondimento informale sui temi legati all'inadeguatezza del sistema sanzionatorio penale, all'incertezza della espiazione - effettiva - della pena e all'insicurezza in molte città italiane nelle quali, specie nelle periferie, milioni di italiani sono divenuti minoranza e succubi di ciò che è correlato a promiscuità ed insediamenti selvaggi". Il volume è autoprodotto dallo stesso autore attraverso Amazon.
Usai si definisce "sostenitore della necessità di pene meglio calibrate alla natura del reato per il quale vengono inflitte, di un riequilibrio complessivo nel rapporto tra lo stato e chi viola la legge, di quello tra guardie e ladri; punto il dito sul rito abbreviato del 1989 e sull'ordinamento penitenziario del 1975 che sono le norme principali dalle quali discendono gli sconti di pene e le liberazioni anticipate che, oltre ad un senso di sfiducia crescente, creano subbuglio tra milioni di cittadini che, senza alcuna casacca politica, si interrogano con sempre maggiore rammarico".
A completare il lavoro c'è anche un approfondimento sul sistema penitenziario italiano, sulle difficoltà ad operare per le forze di polizia, compresa l'assenza di tutele nei loro confronti e un'intervista esclusiva ad un veterano della direzione carceraria che riferisce, tra questioni di interesse, che il detenuto Salvatore Riina, già capo di cosa nostra, grande appassionato di ciclismo, non apprezzava il pugilato perché lo riteneva uno sport violento".











