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di Francesca Spasiano


Il Dubbio, 29 marzo 2021

 

Il romanzo di Mauro De Pascalis e Giovanni Accardo: un legal thriller che mette in luce il valore del diritto di difesa. Non era un manichino. Il corpo di una giovane donna restava senza vita in un fosso ai bordi della strada, a San Stino di Livenza, in provincia di Venezia. E decisamente non era un manichino - come sembrava - ma il cadavere di Johanna Pichler: 19 anni, austriaca, uccisa nel mezzo di una fredda notte in circostanze misteriose.

"Solo tredici chilometri", il libro scritto a quattro mani da Giovanni Accardo e Mauro de Pascalis per i tipi di Alpha beta verlag Edizioni, parte da questo equivoco. E sugli equivoci, o per meglio dire sul caso e le coincidenze, si fonda l'intera vicenda.

Si tratta di un legal thriller, un fatto di cronaca nera realmente accaduto che si presta al romanzo attraverso la commistione di finzione letteraria e carte processuali. Dentro c'è tutto. La vocazione al giallo che tiene incollato il lettore per oltre trecento pagine di trepidazione. E lo spessore del romanzo di formazione, che sul finale coglie il protagonista e lo stesso lettore "storditi" e mutati, come dire: cresciuti. Sullo sfondo i paesaggi rarefatti nella nebbia di una terra a volte genuina, a volte cupa.

Il vero tratto distintivo è che in questo libro il gusto noir si accompagna sempre al rigore del rito processuale, lungo tutte le fasi del procedimento penale. La sintesi che ne risulta riflette l'anima stessa dei due autori: da una parte la suggestione narrativa di Giovanni Accardo, scrittore e insegnante siciliano trapiantato a Bolzano; dall'altra l'impianto legale messo in piedi da Mauro De Pascalis, avvocato e docente del Foro di Bolzano. L'uno completa l'altro nel confezionare un prodotto ambizioso. E sottolineiamo ambizioso per il messaggio che intende veicolare: può capitare a chiunque di trovarsi imbrigliati nelle maglie della giustizia. Ma si resta innocenti, recita la nostra Carta, fino a condanna definitiva.

"Al di là di ogni ragionevole dubbio. Non era il titolo di un film, era il Codice di Procedura penale: nessun imputato può essere condannato se non al di là di ogni ragionevole dubbio", leggiamo sulla quarta di copertina. Che tradisce la firma del difensore, De Pascalis, nel libro Mario De Vitis, il giovane avvocato che assume il patrocinio del presunto assassino, Martin Scherer.

Ma veniamo alla trama. Tredici chilometri sono quelli che separano il paese di provenienza della vittima, Sillian, dal confine italiano. E precisamente da San Candido, in Alto Adige, dove vive Martin. Il ragazzo, poco più che ventenne, è l'ultimo ad aver visto in vita Johanna. O almeno così sostiene l'accusa, dopo il ritrovamento sul cadavere della felpa di Martin. I due ragazzi passano insieme l'ultima serata della vittima, tra qualche bagordo e un bicchiere di troppo. Dopo il pub, si spostano a casa di Martin, con la promessa - lui spera - di dormire insieme. Ma Johanna improvvisamente cambia idea e decide di tornare a casa in autostop.

Di qui in poi, solo un mucchio di indizi che dal cadavere della donna portano dritti a Martin. La felpa, una telefonata misteriosa, l'alcol e i segni sul corpo che sembrano suggerire una violenza carnale. Dal carcere il ragazzo si proclama innocente, e d'altronde manca una prova schiacciante che lo inchiodi. Il compito del suo legale è smontare una alla volta le accuse a suo carico. Ma soprattutto - promette a se stesso De Vitis - il suo compito è cercare la verità. Il giovane avvocato è alla sua prima esperienza in un procedimento penale. È un idealista di formazione, crede nella giustizia ma un dilemma morale lo assorbe nel corso dell'intera vicenda: il suo assistito potrebbe essere un efferato omicida?

A liquidare in fretta i suoi dubbi ci pensa un illustre professore di diritto penale che con De Vitis divide l'incarico. Sui "rischi" della professione l'avvocato esperto taglia corto: "Marco, te lo dico per il tuo futuro, visto che sei ancora giovane: nel nostro mestiere bisogna saper essere anche cinici e non fidarsi di nessuno. La bontà, la generosità, la comprensione, lasciale ai preti". Il rapporto tra i due legali ha grande valore formativo. Per il giovane difensore questo giallo investigativo si rivela un vero e proprio apprendistato umano e giuridico. E la lezione che se ne ricava vale per tutti, soprattutto in relazione a quel "vizio" sempre attuale di spettacolarizzare la giustizia. Il confine tra atto processuale e notizia di stampa deve restare netto, ci dice l'autore tra le righe. In un'inchiesta giudiziaria contano solo i fatti, si ribadisce nel corso di questa storia di cui Tv e giornali ne sanno sempre un po' più dell'avvocato, arrivano prima, sbagliano e ritrattano, e in qualche occasione firmano vere e proprie sentenze di condanna.