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di Fernando Massimo Adonia


livesicilia.it, 22 luglio 2019

 

La giornalista e scrittrice catanese Katya Maugeri è andata negli istituti di reclusione. Ecco cosa ha scoperto. "Liberaci dai nostri mali. Inchiesta sulle carceri italiane: dal reato al cambiamento" (Villaggio Maori Edizioni). Un tema forte, difficile da affrontare e raccontare perché riguarda a tutto tondo le regioni oscure dell'umanità. Che succede quando si chiudono le porte del penitenziario? La giornalista Katya Maugeri ha attraversato le mura di cinta per consegnarci una fotografia in bianco e nero dalle periferie esistenziali di questa società. "Non è un libro sul perdono, assolutamente - spiega immediatamente - Lo dico a scanso di equivoci. Io non sono dalla parte dei detenuti, in quanto uomini che hanno commesso un reato. Tuttavia ci sono delle realtà che vanno comunque fotografate. Almeno per averne un'idea".

 

Appunto perché molti di noi non ci sono mai entrati, com'è il carcere?

Non è un hotel cinque stelle come purtroppo spesso si pensa. È brutto, tanto brutto: sia strutturalmente sia emotivamente.

 

Quale scopo ti sei data quando hai deciso di indagare su questo mondo?

Di far emergere quella che è una realtà che in fondo noi non conosciamo. Soprattutto noi giornalisti. Scriviamo tanto di arresti, processi e reati. Ci fermiamo al prima, ma non sappiamo cosa succede negli anni a venire. Giustamente, identifichiamo l'uomo e la donna per il reato commesso. Poi però finisce lì. Invece, ho voluto scavare dentro le loro vite.

 

Cosa hai trovato?

È emerso che molti di loro avessero il destino segnato. Guarda, molti provengono da famiglie già disagiate, con i padri al 41 bis. Un ragazzo mi diceva: sono stato condannato a morte sin dalla nascita. Lui, ultimo di 10 figli, è nato in una famiglia totalmente coinvolta nel traffico di droga. E lui stesso mi diceva: non mi sono ribellato perché non potevo ribellarmi.

 

Per un detenuto com'è lasciarsi intervistare?

Intanto non è facile presentarsi come giornalista, perché dal loro punto di vista siamo il male. Siamo quelli che li sbattiamo in prima pagina e quindi distruggiamo la loro dignità. Con loro tuttavia ho fatto un percorso, non sono arrivata lì e li ho subito intervistati: prima li ho voluti conoscere. Alcuni di loro si sono prestati volentieri, soprattutto gli ergastolani.

 

Perché gli ergastolani?

Forse perché sanno che, arrivati ad una età avanzata, per loro è finita. Sono loro stessi a dirti che è giusto che stiamo pagando un prezzo con la giustizia. Ti spiegano però che è stata la vita che hanno deciso di intraprendere a portati lì: per la sete di potere, la droga, le donne, il prestigio. Uno di loro racconta che si sentiva importante quando passava per le vie del suo paese Quando vedeva la gente abbassare lo sguardo. È chiaro che un uomo così, ridotto in cella, perde tutto.

 

La corazza?

Sì, perché tu puoi avere il portamento, ma una volta dentro non c'è più il boss. Sei un detenuto.

 

La sensazione che per alcuni, il carcere, sia una sorta di università del crimine l'hai avuta?

Sì, loro stessi lo dicono che il carcere sia una scuola. Molti di loro continuano a essere dei capi anche da dentro. Convinti che se sono in carcere è proprio perché sono delle persone importanti. Insomma, la galera è una sorta di certificazione.

 

Il carcere è però anche un luogo di sofferenza...

Nelle interviste è emerso, sì. Loro mi raccontano che, all'inizio, sono stati rinchiusi in celle da 20 posti, dove si dormiva nei letti a castello e l'ultimo è come se dormisse sul pavimento, appunto perché aveva il naso schiacciato sulle muffe del tetto.

 

Questo cosa ti fa pensare?

Che se un uomo lo incattivisci all'interno di una struttura nata per rieducare, questa persona tornerà in società incattivito e la società stessa sarà costretta a riprendere un uomo che non ha capito ciò che ha fatto. Anzi, lo riprenderà peggiorato.

 

Com'è per una donna entrare in carcere e incontrare uomini che non vedono una donna da tantissimo tempo. Ti sei sentita in qualche modo imbarazzata o minacciata?

Non ho provato alcun senso di pericolo, mai. Ho percepito semmai il loro imbarazzo, legato però soprattutto al fatto di dover raccontare vicende che li riguardassero. Con loro dunque non ho avuto problemi. Lavorando invece con i minori, ma si tratta di altri progetti, ho percepito degli occhi più maliziosi. Ma nulla di più.

 

Quale messaggio vuoi mandare ai lettori?

Vorrei che il mio libro fosse una goccia affinché si impari ad approfondire le cose. Non dobbiamo per forza accettarle, o giustificarle, dobbiamo quantomeno conoscerle. Una volta che conosci una situazione puoi avere un tuo parere. Ma non puoi condannare così, a priori.

 

Abbiamo comunque a che fare con persone che hanno commesso cose terribili...

È normale che nella mente di chiunque ci sia l'auspicio affinché un criminale sconti la pena nel peggiore dei modi possibili perché ha creato tantissimo dolore. Però, poi, deve subentrare un'etica che ci fa capire che non siamo come loro. Credo che sia importante fare emergere la differenza.