di Silvia Camisasca
Avvenire, 30 agosto 2020
Il mondo fa i conti con gli scomparsi in Siria, Iraq, Messico, Egitto, Bosnia. Iniziavano con un arresto, nel buio della notte o in pieno giorno, da parte di forze di sicurezza o corpi che agivano per conto dello Stato": Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, descrive la prassi con cui nel Cile di Pinochet, come nell'Argentina di Videla, oppositori, reali e presunti, venivano ridotti al silenzio. Ben presto, però, i generali al potere a Buenos Aires decisero di cambiare strategia. Compresero che i prigionieri non dovevano essere esibiti per non suscitare scomode critiche nell'opinione pubblica internazionale.
Dovevano, al contrario, "sparire", ingoiati nel buco nero della repressione. Fu così che negli anni 70 il mondo conobbe il termine, ma non la sorte, dei "desaparecidos": reportage e biografie documentarono torture e stupri di centinaia di migliaia di persone, grazie alle denunce delle organizzazioni per i diritti umani e alle testimonianze dei parenti in esilio nacquero movimenti di protesta che, a loro volta, sensibilizzarono e mobilitarono l'opinione pubblica.
Poi, con il ripristino di una certa stabilità democratica, la questione desaparecidos è stata archiviata tra le pagine di storia. "È calato il silenzio sul capitolo delle sparizioni forzate, come se il fenomeno si fosse concluso con la fine dei regimi sanguinari dell'America del Sud - commenta ancora Noury - ma la sua adozione, per silenziare le voci critiche e incutere paura alla popolazione, prosegue incontrastata in tante regioni del pianeta: anzi oggi il termine "desaparecidos" non è associato solo a realtà ispanofone, ma indica una violazione dei diritti umani globalmente praticata e, purtroppo, terribilmente efficace".
Così efficace che le Nazioni Unite nel 2010 hanno scelto di dichiarare il 30 agosto Giornata internazionale per le vittime delle sparizioni forzate. Un crimine a cui si accompagna la violazione di una serie di altri diritti internazionalmente riconosciuti e per il quale è impossibile avere giustizia: le infinite ed estenuanti ricerche si svolgono in un clima ostile e intimidatorio per le famiglie e le organizzazioni di supporto, contrastate da una narrativa ufficiale tesa a screditare ogni denuncia.
"Pochissimi sono stati i casi risolti di decine di migliaia del conflitto tra l'esercito dello Sri Lanka e le Tigri tamil, terminato nel 2009, e della campagna di contro-insurrezione del biennio 1989-90 - prosegue Noury - mentre in Iran le autorità continuano, dopo 32 anni dal "massacro delle prigioni", a tacere sulla sorte di migliaia di dissidenti politici e a negare l'esistenza di già identificate fosse comuni".
Circa tremila persone mancano all'appello in Bosnia Erzegovina, presumibilmente assassinate nel genocidio del luglio 1995 a Srebrenica. In Iraq oltre 16mila. Altri 85.000 oppositori politici, attivisti, operatori di pace e dell'informazione, semplici cittadini, insegnanti, medici sono stati inghiottiti dal nulla nei nove anni di guerra in Siria: tra loro anche padre Paolo Dar Oglio.
I desaparecidos, tuttavia, non riguardano solo i Paesi in guerra: come dimostra il Messico con oltre 73.000 scomparsi dal 2007. Un fenomeno conosciuto dal mondo solo 6 anni fa per la sparizione nello Stato di Guerrero di 43 studenti diretti ad una manifestazione: solo di uno di loro furono ritrovati i resti in un sacco della spazzatura. Mentre in Egitto si contano due o tre sparizioni al giorno. Cambia la geografia, il contesto, gli attori. Non la raccapricciante messa in scena.










