di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 3 agosto 2021
Intervista a Costantino Visconti, docente di Diritto penale all'università di Palermo: "Una svolta culturale, ma politici e toghe superino l'idea che il Paese si aggiusta a colpi di condanne". "Alla fine, una mediazione è stata trovata. Ma vedo ancora dei rischi per la concreta attuazione della riforma". Il professore Costantino Visconti, ordinario di diritto penale all'università di Palermo, chiama in causa la politica e la magistratura.
"Negli ultimi trent'anni, i protagonisti dei due mondi si sono fatti la guerra - dice. Oggi, sono molto più simili di quanto siano disposti a riconoscere: hanno una malattia con cui non riescono a fare i conti sino in fondo, io la chiamo la malattia della tigre punitivista. Ovvero, l'illusione per cui il nostro Paese va aggiustato a colpi di processi penali e di pene. Ma tutti quelli che accarezzano la tigre prima o poi finiscono per perdere la mano, divorata da un animale fascinoso e insaziabile".
Contro la malattia della tigre, come la chiama lei, la maggioranza ha espresso una riforma in cui si parla di giustizia riparativa e non solo di carcere. Quanto è importante questo passo?
"Dal punto di vista culturale, questa riforma è frutto di una minoranza illuminata che guarda avanti, mentre alcune soluzioni tecniche poi adottate dal governo sono il frutto inevitabile dei tempi che viviamo. Per il resto, nella maggioranza vedo prevalere la tigre, nonostante l'autocritica di Luigi Di Maio con la lettera al Foglio, a proposito della gogna toccata all'ex sindaco di Lodi, poi assolto".
Dove ha visto ancora la malattia della tigre?
"La Lega ha fatto saltare un istituto importante: l'archiviazione meritata. Era previsto che il pubblico ministero, di fronte a casi con alcune caratteristiche, non di elevata gravità, avrebbe potuto chiudere il caso attraverso condotte riparatorie, senza arrivare al processo".
Anche da parte di esponenti di sinistra si sostiene però il diritto a una sentenza, per l'attenzione che è dovuta alle vittime dei reati.
"Siamo cresciuti con l'idea che la sentenza di condanna era la verità, oggi credo invece che non sia sufficiente, perché spesso lascia le cose come stanno. Invece abbiamo bisogno di recuperare, rimediare, guarire, cucire. Ecco perché il diritto penale è un male necessario, ma la giustizia può fare di più, rendere la società più unita e meno divisa".
Perché ritiene che nella magistratura ci possano essere sacche di resistenza nell'attuazione della riforma?
"Continuo a vedere una chiusura corporativista rispetto al nuovo progetto. L'Associazione nazionale magistrati non ha speso neanche una parola sul lavoro importante della commissione Lattanzi, di cui facevano parte anche magistrati oltreché avvocati e giuristi: una commissione che ha fatto un lavoro coerente, perché ha operato alla fonte, nel togliere il più possibile la necessità di celebrare i processi e di ricorrere al carcere".
Autorevoli magistrati hanno posto il problema della carenza di risorse per far partire davvero la riforma...
"È una questione reale, a cui il governo sta ponendo rimedio con nuovi concorsi, per magistrati e personale amministrativo: anche se occorre preoccuparsi di stabilizzare le risorse che verranno attinte dal Piano nazionale di ripresa. Un contributo importante arriverà dalle assunzioni per il nuovo ufficio del processo che è bisognoso di ulteriori riflessioni, per evitare che si risolva in infornate di personale indistinto e quindi inutile. Ma attenzione a trincerarsi di fronte a un problema vero, è necessario che la magistratura non si chiuda rispetto alla riforma".
Come crede si evolverà il dibattito all'interno della magistratura?
"Credo che la crisi in cui versa la categoria possa essere l'occasione per rimettere tutto in discussione dal punto di vista culturale. Le correnti, ad esempio, si occupino meno di regolare i conti, ma riprendano la capacità di progettare una nuova visione condivisa di giustizia. Ritengo che i magistrati, i pubblici ministeri in particolare, debbano smetterla di presentarsi come gli unici difensori della legalità, e invece tornare ad apparire come terzi imparziali impegnati a rendere un servizio efficiente ai cittadini nel solco dei principi sanciti dalla Costituzione".











