di Marianna Vallone
La Città di Salerno, 14 settembre 2020
È l'organizzazione criminale più ricca e potente in Italia ed Europa. Una mafia arcaica fatta di picciotti e rozzi contadini, che oggi dominano l'economia. Cos'è accaduto, com'è nata e come si è sviluppata nei secoli, lo racconta chi da anni è impegnato nella battaglia contro la criminalità organizzata. Il procuratore della Repubblica di Catanzaro, "Storia segreta della 'ndrangheta" ne conosce ogni segreto. Conosce le carenze dello Stato, l'impatto della mafia sulla società e gli strumenti per combatterla. La complessità della 'ndrangheta, Nicola Gratteri, insieme ad Antonio Nicaso, l'ha raccontata pure nei suoi libri, ben 18: lo fanno da 15 anni. Ad una sola domanda non era stata data ancora una risposta: perché, nell'Ottocento, i ladri di polli in Italia sono diventati mafia mentre in Europa sono rimasti ladri di polli. Nel suo ultimo libro, "Storia segreta della 'ndrangheta", lo rivela.
Come ha scoperto i segreti della 'ndrangheta?
Facendo tanta ricerca storica. Con il professore Nicaso siamo partiti da prima dell'Unità d'Italia, quando nell'Isola di Favignana erano detenuti non solo politici, ma anche pregiudicati campani, calabresi e siciliani. C'è stato un interscambio di riti con terminologie comuni, una sorta di copia: i pregiudicati analfabeti hanno cercato di imitare i detenuti politici che erano colti e sapevano scrivere. Li guardavano con ammirazione e hanno cercato di mutuare il linguaggio, i comportamenti. In questa commistione tra le tre tipologie di criminali, inizia a nascere una terminologia comune, "picciotto", un termine della 'ndrangheta usato anche in Campania.
Più avanti, nell'Ottocento, com'era la situazione?
Nel 1869 ci sono le prime elezioni comunali a Reggio Calabria con due liste, una capeggiata dai Borboni e dalla Chiesa, l'altra dai latifondisti e aristocratici. Questi pagano dei picciotti, tra i quali Francesco De Stefano, che ai più dice poco: era stato condannato per reati comuni. Un ladro di polli. E fu chiamato per fare atti di pestaggio, di terrorismo, contro i candidati della lista opposto e i loro elettori. Questo gesto ha dato legittimazione ai ladri di polli, che a quel punto sono diventati interlocutori della classe dirigente.
Perché dice che Francesco De Stefano ai più dice poco?
Perché lui nel 1869 era un ladro di polli, ma la sua famiglia, i De Stefano, oggi controlla metà Reggio Calabria e un quarto di Milano.
Quindi la classe dirigente ha favorito la crescita delle mafie?
Inizialmente la classe dirigente ha usato la mafia, ha pensato di usarla, di poterla usare pagandola, per avere scorciatoie, servigi e certezza del successo in alcune azioni. Nella realtà non si faceva altro che legittimarla.
Un altro episodio?
Il terremoto del 1908, ad esempio, ha spazzato via la città di Reggio Calabria: sono morte oltre 100mila persone. Il governo centrale, per risolvere il dramma, con una legge ha stanziato 175 miliardi di lire: una cifra ingente a quei tempi. La legge prevedeva che, a chiunque avesse avuto una casa distrutta, lo Stato avrebbe dato il 70% della spesa complessiva per ristrutturarla. Ma calandoci nel momento scopriamo che la gente non aveva soldi, quel 30% la gente non sapeva dove prenderlo. Ci ha pensato la picciotteria: addirittura arrivarono degli appartenenti alla Mano Nera di New York per prestare soldi. È stata favorita l'usura, involontariamente, attraverso una legge sbagliata.
Ha detto spesso che la mafia è più presente sui territori della politica, è così?
Sì soprattutto negli ultimi decenni. Un capomafia è presente sul territorio 365 giorni all'anno, mentre un politico è presente 4 mesi prima delle elezioni e magari dopo essere eletto cambia anche il numero di telefono per non essere disturbato. Un mafioso è l'interlocutore diretto dei cittadini, del popolo, degli emarginati, delle periferie, dove la politica non si fa vedere, quindi quando arriva il momento di votare, l'emarginato, il disoccupato e il popolo voteranno per il candidato prescelto dal capomafia.
È il politico che va dal capomafia o viceversa?
Negli ultimi 25 anni è la politica che va dal capomafia perché è lui che ha i voti. Il politico non ha più credibilità sul territorio, perché non dà risposte. Il mafioso dà risposte: parziali, drogate e da schiavi, ma le dà.
Perché la 'ndrangheta è la meno conosciuta delle altre mafie?
I motivi sono diversi. La mafia non è stata narrata nei libri, la 'ndrangheta però è stata brava a mimetizzarsi, ha cercato accordi con le istituzioni, sopravvivendo a tutti i periodi storici.
Lei ha avuto mai paura?
Sì ogni tanto. Mi accorgo che la paura la sento anche fisicamente, la lingua mi diventa amara. Però l'importante è dominare la paura, parlare e discutere con la morte. L'importante è essere convinti che quello che si fa serve, serve a rendere più vivibile un territorio, solo così il dolore e la fatica passano.










