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Il Garantista, 10 aprile 2015

 

La sezione di Alta Sicurezza del carcere di Padova chiude e chi vi è rinchiuso perderà di nuovo quel po' di umanità che aveva ritrovato. Una "deportazione" che spezza tante vite, interrompe percorsi, tronca legami famigliari faticosamente ricostruiti. I detenuti che hanno passato anni della loro vita in regime di 41 bis e poi di Alta Sicurezza sanno bene che cosa sono i trasferimenti improvvisi che ti distruggono anche quel po' di vita che ti eri costruito faticosamente in un carcere. Noi eravamo convinti che l'Amministrazione penitenziaria applicasse finalmente la circolare del 2014 "Disposizioni in materia di trasferimenti dei detenuti" riducendo al minimo i trasferimenti, non trincerandosi sempre dietro i motivi di sicurezza per giustificare gli spostamenti di persone detenute da un capo all'altro dell'Italia, senza nessuna preoccupazione per le loro famiglie, costrette a viaggi sfiancanti, costosi, per vedere i loro cari per poco tempo in sale colloqui squallide.

Il vocabolario definisce la deportazione come una "pena consistente nella relegazione del condannato in un luogo lontano dalla madrepatria, con privazione dei diritti civili e politici": ecco, certi trasferimenti assomigliano tanto a deportazioni, e privano i detenuti di tutto, anche del diritto a preservare i loro affetti.

Quelle che seguono sono le testimonianze di detenuti (il resto delle testimonianze le troverete sul sito di ristretti.it, ndr) che, dopo anni passati in carceri di massima sicurezza lontano dalle famiglie, sono arrivati a Padova, dove sono riusciti a ricostruire i legami spezzati e a dare un senso alla loro carcerazione, ma ora pare che chiuderanno davvero la sezione di Alta Sicurezza, e chi vi è rinchiuso verrò trasferito, a Parma, a Sulmona, a Asti, a Opera, in Sardegna, e perderà di nuovo quel po' di umanità che aveva ritrovato. E desolante che le persone detenute troppo spesso siano trattate come pacchi e spostate senza avere la minima possibilità di decidere qualcosa della loro vita. Come se la perdita della libertà significasse perdere anche la dignità propria di ogni essere umano.

 

Il mio reinserimento, oggi a rischio di essere devastato, di Gaetano Fiandaca

 

Dopo quasi otto anni trascorsi nella Casa di Reclusione di Padova, nei prossimi giorni sarò trasferito, poiché la sezione di Alta Sicurezza dove attualmente mi trovo sarà chiusa per motivi a me ignoti, che sicuramente riguardano delle convenienze ministeriali, ma che non rispettano per niente le vite delle persone.

Questo immotivato trasferimento comporterà un totale azzeramento di quello che è stato il mio percorso in questo istituto, il quale mi ha dato la possibilità di crescere sul piano culturale e ha reso i contatti con i miei familiari molto più umani, cosa che verrà meno se verrò trasferito in altro luogo.

Da quando mi trovo in questo istituto ho sempre usufruito di 6 ore di colloquio e da un paio di anni di altre due telefonate straordinarie, questo mi ha permesso di coltivare meglio i miei rapporti familiari con mia figlia, mia moglie e con i miei anziani genitori. I colloqui si svolgono in una sala accogliente che nasconde il grigiore del carcere. In particolare mi preme segnalare che da circa 3 anni effettuo colloqui esterni con mia figlia nella struttura protetta "Piccoli passi" poiché la bambina manifestava gravi disagi psichici ogni volta che veniva a trovarmi in carcere.

Se andrò via da qui tutto ciò verrà meno e sicuramente andrò in un carcere dove dovrò ripartire da zero, iniziare con 2 telefonate mensili, 4 ore di colloquio e trascorrere le mie giornate chiuso in cella per 20 ore lasciandomi logorare totalmente dall'ozio. Sicuramente quello che mi peserà particolarmente sarà il dovere interrompere i contatti con mia figlia, in quanto temo che in altri posti non troverò la sensibilità e la comprensione che ho trovato qui.

Subire questo è veramente ingiusto dopo 20 anni di carcere, sono questi i motivi per cui cresce la delusione e la diffidenza nei detenuti, ai quali spesso viene spazzato via quello che hanno costruito, anche con sacrifici e ulteriori privazioni.

Trovo che questi trasferimenti avvengano senza tenere minimamente in considerazione i detenuti come esseri umani, né le famiglie che devono pellegrinare su e giù per l'Italia per andare a trovare il loro caro. E sono proprio queste condizioni di detenzione che spesso causano molti allontanamenti fra i detenuti e le loro famiglie. Forse a quasi 50 anni sono ancora un po' ingenuo a non capire che queste lunghe distanze hanno proprio il fine di creare una vera e propria rottura con ogni affetto familiare. Ma insieme alla distruzione degli affetti, viene cestinato anche il percorso carcerario che un detenuto per anni svolge con impegno costante, cercando in tutti i modi di partecipare a quelle iniziative culturali e lavorative che sono così importanti per ricostruire la propria vita.

Questi comportamenti delle istituzioni determinano delusione e sfiducia e fanno perdere alle persone la voglia di intraprendere ulteriori percorsi carcerari in altri istituti di destinazione, dove dovrebbero ripartire da zero, magari dopo più di vent'anni di carcere alle spalle, con l'angoscia di sapere che poi questi percorsi saranno quasi sicuramente spazzati via dalla prossima, immotivata deportazione di massa. Perché di deportazione si tratta, non c'è niente di umano in questi trasferimenti, nessun rispetto, nessuna considerazione per la dignità delle persone.

Da quando mi hanno detto che chiuderanno la sezione di Alta Sicurezza, ho ripensato alla mia esperienza di studio qui in carcere. Al momento in cui ho lasciato la scuola nel 1983, dopo avere conseguito la licenza media, pensavo che la mia esperienza scolastica si fosse conclusa per sempre.

A 43 anni, a seguito della mia detenzione, ho avuto la possibilità di iscrivermi a ragioneria e devo dire che fin da subito mi sono reso conto di quanto fossero importante l'istruzione e la cultura e di quanto io ne avessi bisogno. I benefici di ciò sono veramente tanti, sono passato dall'ozio quotidiano, fatto di consuetudini ripetitive, a un'attività completa per accrescermi sul piano culturale.

La scuola per me è stata una notevole apertura sul mondo, mi permette di confrontarmi con gli insegnanti e mi apre tutti quegli spazi, che diversamente sarebbero rimasti invalicabili. Sull'immediato ho notato solo benefici a livello mentale e interiore, nel futuro spero che possa servirmi nella vita sociale e lavorativa, dico spero poiché il mio ergastolo ostativo non mi consente di avere una certezza, visto che le attuali leggi, a riguardo, dicono che la mia pena finirà con i miei giorni di vita.

Questa esperienza della scuola, che auguro a tutti, in particolar modo a quelle persone che come me vivono una situazione di ristrettezza, consente di poter vivere più serenamente con se stessi i problemi, ma anche di potersi meglio aiutare e difendere nella vita, uscendo dal vuoto in cui si vive quando non si ha una adeguata istruzione. L'ignoranza infatti è una brutta bestia. Spero di continuare in questo percorso, che mi consente un ampliamento totale della visione della vita. Mi affascina molto anche l'aspetto competitivo che automaticamente s'innesca con me stesso, in una attività di studio che non affronto più da adolescente.

Chiaramente, tutti questi buoni propositi oggi non dipendono esclusivamente dalla mia volontà, io sono condizionato dalle possibilità che offrono i posti in cui mi trovo, che non sempre garantiscono una continuità nelle attività didattiche, anzi, a breve chiuderà la sezione di Alta Sicurezza dove attualmente mi trovo, e io sarò deportato per la tredicesima volta chissà dove per motivi che esulano da mie responsabilità, ma che riguardano convenienze e comodità del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, che spesso ci considera e ci tratta come dei pacchi postali da stipare in posti deve occupiamo meno spazio e possibilmente sempre più difficili da raggiungere ai nostri familiari, i quali sono colpevoli di essere ancora molto legati a noi.

Tali iniziative stridono fortemente con il tanto decantato reinserimento dei detenuti, visto che quello che i detenuti costruiscono con molto impegno e sacrificio viene spesso spazzato via da decisioni prive di considerazione per le persone, motivo per cui molti detenuti rimangono scettici e diffidenti verso coloro che in teoria dovrebbero aiutarli ad un reinserimento, ma che di fatto fanno una cosa diversa. Il mio più vivo auspicio è che venga rivista la possibilità di questa imminente deportazione di massa, in modo che io, cosi come altri detenuti che in questo istituto da tempo abbiamo intrapreso un percorso didattico e lavorativo, possiamo continuare a crescere sul piano culturale, nella remota speranza che anche per noi possa esserci un futuro.