di Andrea Camilleri
Corriere della Sera, 20 ottobre 2025
Camilleri nella prefazione al libro di Gian Carlo Caselli aveva analizzato con lucidità disarmante la crisi della giustizia italiana, tra leggi ad personam e attacchi sistematici all’ordine democratico. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore Gian Carlo Caselli, parte della prefazione al suo libro “Assalto alla giustizia” (Melampo editore) a firma di Andrea Camilleri. Il grande scrittore siciliano è nato cent’anni fa, nel settembre il 6 settembre del 1925, ed è morto il 17 luglio del 2019.
Per quanto mi ci metta d’impegno, non riesco nemmeno lontanamente a immaginare la faccia che farebbero i grandi filosofi che nel corso dei secoli hanno discettato, discusso, litigato sul grande tema della Giustizia, su cosa sia e su come si applichi, nel confrontare le loro convinte, sofferte, affermazioni con quelle proclamate oggi, in Italia, dai banchi del Governo e del Parlamento, col pronto supporto di ben stipendiati pennivendoli e volenterosi azzeccagarbugli.
Scriveva per esempio Aristotele: “poiché il trasgressore della legge è ingiusto, mentre chi si conforma alla legge è giusto, è evidente che tutto ciò che è conforme alla legge è in qualche modo giusto, infatti le cose stabilite dal potere legislativo sono conformi alla legge e diciamo che ciascuna di esse è giusta”.
Non poteva neanche lontanamente sospettare, mentre scriveva quelle parole, che sarebbe ahimè venuto un giorno nel quale sarebbe stato concesso a un abituale, sistematico trasgressore della legge, il potere di fare emanare leggi del tutto ingiuste e perciò conformi non a un’idea assoluta di Legge ma a una riduzione, a un declassamento della legge ad uso e consumo personale. E che dire di Hume per il quale il fine e l’utilità della Giustizia consistevano soprattutto nel “procurare la felicità e la sicurezza di tutti, conservando l’ordine sociale?”.
Non avrebbe creduto ai suoi occhi vedendo che da noi, nel nostro Parlamento, nel nostro Senato, si cerca quotidianamente di stravolgere la Giustizia per procurare felicità e sicurezza a un uomo solo senza preoccuparsi di mettere a repentaglio se non l’intero ordine sociale, perlomeno il normale svolgimento della Giustizia per tutti gli altri cittadini. In ogni nazione progredita è del tutto pacifica l’affermazione che la Giustizia sia il primo requisito delle istituzioni sociali così come la verità lo è dei sistemi di pensiero.
In Italia, dall’avvento del potere di Berlusconi, si è tentato in tutti i modi di limitarne le funzioni o addirittura di disconoscerne il valore di primo requisito. Mai, nei 150 anni della nostra Storia, c’era stata una così violenta, distruttiva, totalizzante, vera e propria guerra alla Giustizia mossa su molteplici fronti e adoperando tutti i mezzi leciti e soprattutto illeciti, dalle frecciate quotidiane della calunnia, del dileggio, dello scherno, alle mine antiuomo delle dissennate proposte di leggi tendenti sostanzialmente all’assoggettamento della Giustizia alla politica, o meglio all’interesse politico di una sola persona.
Aver permesso a Berlusconi, imprenditore e concessionario dello Stato, di fare politica quando non avrebbe per legge potuto, ha creato la gigantesca anomalia del mai risolto conflitto di interesse. Il che gli ha permesso di tornare ad arricchirsi, a riprendersi dallo stato estremamente critico in cui la sua azienda si era venuta a trovare prima della sua “discesa in campo”, avvenuta, son parole sue, per allontanare dall’Italia il pericolo comunista.
Essendo tra l’altro, al momento attuale, anche plurimputato in diversi procedimenti […], ha tentato, in parte riuscendoci, di far decadere alcuni processi con leggi “ad personam” votate da un Parlamento del quale fanno parte, oltre a impiegati e funzionari delle sue aziende, anche gli innumerevoli suoi avvocati difensori che quelle leggi ispirano. Si è venuta così a creare una seconda nuova, gigantesca anomalia tutta italiana: che un plurimputato si proponga di fare una riforma della Giustizia.
Il tutto mentre i suoi processi sono in corso. Così da poterli vanificare con una qualche leggina retroattiva. Sarebbe come se ai vecchi tempi il gangster Al Capone, divenuto inaspettatamente Presidente degli Usa, saputo che correva il rischio di andare a finire in galera per tasse evase, si fosse ripromesso di fare la riforma del sistema fiscale statunitense […].











