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di Paolo Delgado

Il Dubbio, 8 febbraio 2023

Nel 1992 il Pds si scagliò contro il dl Martelli-Scotti definendolo incostituzionale. Stando alle dichiarazioni e agli scroscianti applausi di questi giorni si direbbe che il famigerato art. 41 bis sia nato con il sostegno e la piena approvazione della sinistra di ogni sfumatura. La realtà è opposta.

Quando il decreto che introduceva il carcere duro fu presentato il Pds fu durissimo, lo accusò apertamente di incostituzionalità ed era pronto a dare battaglia in Parlamento. Prima della conversione, il 19 luglio 1992, intervenne però la strage di via D’Amelio e sull’onda di quella fortissima emozione il partito di Achille Occhetto decise di astenersi alla Camera e di votare a favore del decreto, senza però nascondere il disaccordo sulle nuove norme penitenziarie, al Senato, dove l’astensione equivaleva a voto contrario. Nonostante il clima di emergenza assoluto, Rifondazione comunista e i Verdi scelsero comunque di votare contro la conversione e la Rete di Leoluca Orlando si astenne.

L’articolo esisteva già dal 1986: era inserito nella legge più odiata dai paladini della “certezza della pena”, la Gozzini. Prevedeva che, in casi eccezionali e in particolare nel corso di rivolte carcerarie, si potesse sospendere l’applicazione delle normali regole penitenziarie. La sospensione era però permessa solo per motivate esigenze di assicurare il ripristino dell’ordine ed era obbligatorio tornare alla normalità appena ripristinati ordine e sicurezza nella prigione interessata. Era una norma garantista e comunque non fu mai applicata.

Il decreto antimafia Martelli-Scotti dell’8 giugno 1992, varato poco dopo la strage di Capaci, modificò l’articolo aggiungendo un secondo comma che assegnava al ministro della Giustizia la facoltà di sospendere tutte le garanzie assicurate dall’ordinamento penitenziario per i reati di mafia. La misura era esplicitamente emergenziale. Avrebbe dovuto restare in vigore per tre anni. Il dl, oltre a intervenire pesantemente sul processo penale, introduceva anche un altro cult dei giorni nostri: l’ergastolo ostativo, quello che impedisce l’accesso a misure alternative alla detenzione, con carattere retroattivo. Circa 250 persone, già in semilibertà, dovettero rientrare in carcere a tempo pieno.

Secondo il “padre” del provvedimento, l’allora numero 2 del Psi Claudio Martelli, al decreto era contrarissimo il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro che si vendicò, sempre secondo Martelli, mettendo in giro la voce secondo cui il ministro della Giustizia si preparava ad accoltellare il suo leader e alto protettore Bettino Craxi. Si spiegherebbe così la caduta in disgrazia di Martelli alla corte di Bettino- Bokassa e sempre l’ira di Scalfaro spiegherebbe la sua rimozione dal ministero di via Arenula pochi mesi dopo. La contrarietà del presidente al decreto non è accertata.

Quella del Pds invece sì. In una conferenza stampa del 7 luglio 1992 un deputato, Massimo Brutti, e un senatore Ugo Pecchioli, parlarono di interventi “gravissimi” e di “stravolgimento del processo penale, della Costituzione e dell’ordinamento penitenziario”. Non erano due parlamentari qualsiasi. Brutti era il principale esperto in materia di Costituzione e giustizia che ci fosse nel partito. Pecchioli era stato il “ministro degli Interni” del Pci negli anni del terrorismo, l’omologo e il referente del ministro degli Interni Cossiga: neppure Donzelli sarebbe riuscito ad accusarlo di eccessiva morbidezza senza che gli scappasse da ridere. I due parlavano a nome del partito non a titolo personale.

Via D’Amelio cambiò le cose. Il Pds chiese modifiche, ottenne qualcosa ma non tanto da approvare la conversione. A palazzo Madama, dove l’astensione equivaleva al voto contrario, scelse di approvare il decreto nel complesso pur segnalando il giorno dopo sull’Unità il “profondo dissenso” sulle regole penitenziarie e l’ergastolo ostativo retroattivo. Nessun dubbio invece emerse quando 10 anni dopo, il 23 dicembre 2002, fu votato il ddl del governo Berlusconi che rendeva permanente il 41 bis, in vigore dal 1992 grazie a tre proroghe, lo estendeva ai reati di terrorismo e stabiliva che la disposizione a carico dei singoli detenuti dovesse andare da un minimo di un anno a un massimo di due anni, dopo i quali il regime di rigore doveva essere prorogato di anno in anno. I tempi erano cambiati, il Pds, ora Ds, era cambiato. La sinistra correva dietro agli umori giustizialisti del Paese: i Ds approvarono l’istituzionalizzazione di un regime nato come emergenziale voluta da Berlusconi. Lo stesso premier che sette anni dopo, nel 2009, avrebbe portato da due a quattro anni il tetto del carcere duro prorogabile ora di biennio in biennio. Senza obiezioni da parte di quello che diventato il Pd.