di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 novembre 2026
Maranza e baby gang sembrano un’emergenza nuova. Un ricordo personale per dire no alle risposte d’emergenza. La baby gang, ora i “maranza”, che ho scoperto da poco significare banalmente “coatti”, li fanno apparire come fenomeni nuovi. Emergenziali. Come se, ad un tratto, dal nulla, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, esistesse la “devianza” giovanile. Ragazzini, addirittura bambini, che fanno casino e commettono episodi di violenza, alcuni anche terribili. E allora carcere, carcere e carcere.
Sono nato nel 1982 e quindi, essendo un 40enne (oddio, in realtà ho già 44 anni, ma fino a quando non arrivo a cinquanta, passamelo), posso raccontare un’infanzia che non è di oggi, ma di oltre 30 anni fa. Sono nato ad Avezzano e fino a 6 anni abitavo in un palazzo vicino a uno popolare, abitato da tutti rom. “Il concentramento” si chiamava quel quartiere. Ma non perché eravamo concentrati in chissà cosa, ma proprio perché un tempo, nella zona c’era stato un campo di concentramento, luogo di detenzione e grande sofferenza durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Sia chiaro, tante famiglie rom del quartiere erano persone perbene, altre però no. C’erano bambini che rubavano. Ed io, essendo vicino di casa, giocavo con loro. A pensarci, a proposito del tempo che cambia, oggi è impensabile che un bambino di 4 o 5 anni esca da solo e vada in giro. Noi sì. A 5-6 anni uscivo tranquillamente. E non era più sicuro di oggi.
Si era creato un gruppo, rom e italiani come me. Niente di che, ma una volta avevo aiutato un mio coetaneo, anche lui rom, a rubare fiori e piante del mio stesso palazzo. Quando l’amministratore lo disse ai miei, immaginati. La scena, però, era piuttosto comica. Me la figuro così: “Suo figlio, assieme a uno zingaro, sta spiantando tutte le piante e i fiori del vostro palazzo!”.
Per la verità, c’era anche un motivo per cui lo feci. Mi piaceva una bambina rom. E per farmi notare in qualche modo, mi ero, diciamo, “affiliato”. Ero bambino, ma ricordo benissimo quella sensazione che all’epoca non compresi e che avrei poi identificato come le famose “farfalle nello stomaco”. Quelle che si provano a tutte le età, alla mia come a ottant’anni. Una sensazione che però può trasformarsi in angoscia: l’occasione perduta, la mancanza di feedback, l’ansia di perderla, il timore di non ritrovarla più. O peggio ancora, quando si viene lasciati e arriva Bukowski che ti ricorda: “Non essere giù perché la tua donna ti ha lasciato: ne troverai un’altra e ti lascerà anche quella”.
Fatto sta che poi, quando avevo ancora 6 anni, ci trasferimmo in un paese vicino. Certo, se fossi rimasto là, probabilmente sarei diventato uno di quei bambini che rubavano. Avrei cominciato rubando i fiori e sarei finito a svaligiare qualche casa. Chissà. Finisce qua? No. Quando ci trasferimmo nel paese limitrofo, in pratica ero considerato un “forestiero”. Sì, lo so, surreale, ma quella era la sottocultura. I bambini, miei coetanei, erano “difficili”.
Bullismo, prepotenza, cose vissute in prima persona. E allora, per “integrarmi”, senza peraltro riuscirci, per un periodo ho assecondato tutto ciò che facevano. Età media: 11 anni. Presero di mira un signore anziano e lo colpivano con i sassi. Una cosa terribile, brutta, e io con loro. Ma è anche vero che poi la storia si concluse bene. Non ricordo come e perché, ma smettemmo e quel signore anziano divenne un amico, un caro nonno. Insomma, non proprio un nonno esemplare, visto che ci offriva anche il vino che produceva.
Avevamo 11 anni, ripeto. Ora, perché racconto questo? E se invece, come era potenzialmente possibile, quel povero signore anziano fosse stato colpito in testa da un sasso, o gli avessimo provocato un infarto, e fosse morto? Sarebbe stata una tragedia immane. E in quel caso il carcere, come oggi viene invocato anche per i ragazzini sotto i 14 anni, sarebbe stato la giusta risposta? Oggi sarei qui, oppure a svaligiare qualche casa, o magari in carcere come, ahimè, qualcuno di loro che ricordo da bambino e che, forzato dal gruppo stesso a emulare suo padre, un piccolo criminale locale, entra ed esce dal carcere tuttora? Parliamo di 30 anni fa. Ma lo stesso vale per 40, 50 anni fa, per un secolo, due secoli fa. Non si può affrontare questo problema antichissimo con le logiche emergenziali, distruggendo quel poco di buono che abbiamo fatto. Il resto lo lascio a chi pensa che i bambini si raddrizzino con le sbarre.









