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di Simona Musco

Il Dubbio, 2 giugno 2025

Se si volesse davvero misurare lo stato di salute della giustizia in Italia bisognerebbe guardare gli ostacoli che incontrano gli avvocati nel fare il proprio lavoro. E pensare all’insegnamento di Piero Calamandrei: “Dove si scredita l’avvocatura, colpita per prima è la dignità dei magistrati, e resa assai più difficile ed angosciosa la loro missione di giustizia”. Il caso che ha coinvolto Alessia Pontenani, difensore di Alessia Pifferi, la madre condannata all’ergastolo per aver lasciato morire di stenti la figlia Diana, di soli 18 mesi, è solo uno dei tanti cortocircuiti giudiziari che impattano sul diritto di difesa. Secondo il pm Francesco De Tommasi, quello ordito da Pontenani e altre cinque persone sarebbe stato in “piano precostituito” per indurre la giustizia a credere che Pifferi fosse affetta da un grave deficit mentale.

Un cast di professionisti - psicologhe, consulenti e l’avvocata difensore - avrebbero dunque manipolato la realtà clinica della loro assistita con l’obiettivo di evitare la condanna più pesante. E per questo, oltre a Pontenani, rischiano il processo il consulente psichiatrico Marco Garbarini, le psicologhe del carcere di San Vittore Paola Guerzoni e Letizia Marazzi e due specialiste esterne, Federica Martinetti e Maria Fiorella Gazale. I reati ipotizzati sono favoreggiamento, falso ideologico, falsa testimonianza e falso commesso da incaricati di pubblico servizio. A muovere l’accusa lo stesso pm che ha ottenuto la condanna di Pifferi durante il processo di primo grado. E la sua scelta di aprire un’indagine parallela ha spinto la coassegnataria del fascicolo su Pifferi, Rosaria Stagnaro, all’oscuro di tutto, a lasciare il processo.

Tutto ruota attorno a un test: il Wais, utilizzato per misurare il quoziente intellettivo. Secondo le carte dell’accusa, sarebbe stato somministrato a Pifferi in modo irregolare, senza alcuna autorizzazione, e poi utilizzato per redigere una relazione che attribuiva alla donna un QI di 40 - una soglia che, di fatto, colloca il soggetto in un’area di deficit cognitivo grave. Secondo De Tommasi, quel documento - firmato dalle psicologhe del carcere - avrebbe “stravolto” il quadro clinico di Pifferi, una donna che, al suo ingresso in carcere, appariva a suo dire “lucida” e senza alcuna patologia psichiatrica pregressa. Per la procura, si sarebbe trattato di un disegno per creare artificiosamente le condizioni per invocare una parziale incapacità di intendere e volere. L’avvocata Pontenani ha sempre respinto ogni accusa. “Non farò alcun passo indietro - aveva dichiarato al Dubbio -. Io faccio l’avvocato. Loro fanno le psicologhe. Non abbiamo alcun tornaconto”. Ma ora rischia il processo per aver, secondo l’accusa, “concorso” moralmente e materialmente nella stesura di relazioni false, atte a costruire una realtà clinica funzionale alla linea difensiva.

La notizia dell’indagine era deflagrata con un tempismo tanto preciso quanto scomodo: proprio nella giornata dedicata all’”avvocato in pericolo”, celebrato dall’avvocatura per sensibilizzare sulle pressioni subite da chi svolge la funzione difensiva. E ha suscitato una dura reazione da parte del Foro milanese.

“L’avviso di garanzia ricevuto a mezzo stampa è un fatto grave, rectius: inaccettabile”, avevano scritto in un comunicato congiunto Antonino La Lumia, presidente del Coa di Milano, e Valentina Alberta, presidente della Camera Penale meneghina. “Non si comprende la necessità di ipotizzare un reato di falso in capo a un difensore che ha utilizzato un documento ufficiale del carcere per formulare le proprie richieste di prova”. Il sospetto, per molti colleghi, è che l’indagine sia nata anche come pressione indiretta sulla difesa, un messaggio neanche troppo implicito: fare un passo indietro. “La funzione difensiva non deve essere mai in pericolo”, hanno dichiarato in più sedi.

La Camera penale di Milano, poco dopo la diffusione della notizia dell’indagine, era poi intervenuta proclamando l’astensione, un gesto simbolico a difesa non solo della collega, ma anche del diritto di difesa in generale, della serenità del processo e dell’imputato che lo subisce. “Il diritto di difesa e di esercizio del diritto alla prova nel processo sono stati pericolosamente intaccati dalla condotta del pubblico ministero il quale, anziché contestare la prova nel processo, ha usato impropriamente il suo potere investigativo, rischiando di intimidire difensore, personale sanitario, consulenti, periti e, in ultima analisi, i giudici che, ne siamo certi, non consentiranno ingerenze - si leggeva in una nota -.

Tuttavia, crediamo che debba esserci una compatta reazione contro condotte al di fuori delle regole del sistema processuale ed invitiamo i dirigenti degli uffici giudiziari a confrontarci con gli avvocati penalisti sui temi posti nella delibera”. Nella delibera della Camera penale venivano evidenziate alcune circostanze, partire dall’avviso di garanzia “a mezzo stampa”. Il decreto di perquisizione nei confronti delle psicologhe coindagate, infatti, è stato diffuso tra i giornalisti prima della notifica all’avvocata, “avvenuta diverse ore dopo (insieme ad una inusuale memoria del pubblico ministero a se stesso, che è stata oggetto di successiva “narrazione” giornalistica) con modalità del tutto eccentriche (all’interno del Palazzo di Giustizia ove l’avvocato Pontenani si trovava per lo svolgimento della propria attività professionale ad opera della polizia penitenziaria delegata alle indagini)”.

E in questo caso, il segreto istruttorio è stato brutalmente violato, assieme alla presunzione d’innocenza, creando i presupposti per il processo mediatico. “La diffusione e pubblicizzazione di atti dell’indagine mira, come denunciamo ormai da tempo, a rafforzare impropriamente la fondatezza dell’ipotesi investigativa e, nel caso di specie, spiega, in modo dirompente, i suoi effetti anche sul processo in corso”, avevano aggiungo i penalisti.

Secondo cui “il complessivo comportamento tenuto dalla procura altera quello che dovrebbe essere l’intangibile equilibrio tra accusa e difesa nell’esercizio del giusto processo. Da “armi pari” il passo ad “armi incrociate” (da una parte verso l’altra) è tanto breve quanto pericoloso: tale passaggio non avverrà mai con il silenzio o l’accondiscendenza della Camera Penale di Milano”.