di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 4 luglio 2026
Protocollo fra il Dap e l’ordine dei giornalisti: 100 pc per i reclusi-redattori. Sono 37 oggi le testate scritte da detenuti. Presto i loro migliori articoli andranno sul sito del ministero. “Stare in una redazione mi dato istruzione, libertà di pensiero, mi ha aiutato nel dialogo con mio figlio. Soprattutto, mi ha fatto toccare con mano come, in un contesto sano, le persone possano davvero cambiare”. Il napoletano Salvatore Fani è uno dei redattori di Ristretti Orizzonti, lo storico giornale dei detenuti del carcere di Padova, uno dei 37 che - in forma cartacea oppure digitale - attualmente vengono realizzati negli istituti di pena italiani, anche grazie al contributo di giornalisti professionisti.
Fra questi, 29 sono testate giornalistiche registrate, con un direttore responsabile; 31 sono realizzati da detenuti ristretti in circuiti di media sicurezza, 2 di alta sicurezza e 4 in reparti “protetti”. Alcune testate hanno una lunga storia, come ad esempio “Carte Bollate” (che viene stampato da un quarto di secolo nell’omonimo istituto milanese ed è uscito regolarmente anche durante il lockdown imposto dal Covid-19), altre invece stanno muovendo i primi passi, come “Punto e a capo”, redatto nella casa di reclusione di Turi, in provincia di Bari.
Sostenerle tutte è l’obiettivo del Protocollo d’intesa siglato ad aprile tra il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero di Giustizia e il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e presentato ieri mattina a Roma. “Questo è il capitolo iniziale di un percorso - spiega il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine, Carlo Bartoli - dato che grazie al protocollo 100 personal computer, prima usati per gli esami di Stato, verranno distribuiti a redazioni che già esistono e ad altre che si costituiranno.
Noi mettiamo in campo lo spirito di collaborazione di tanti colleghi”. Fiero dell’intesa è pure il Guardasigilli Carlo Nordio: “Non si tratta solo di rieducazione, ma di riaffermazione del fatto che chi sta in una struttura carceraria non appartiene a una “cultura dello scarto”: sta espiando una pena, ma non per questo perde la sua identità e viene sminuito”. A riprova di questo, presto i migliori articoli dei giornali di carcere saranno pubblicati sul sito del ministero della Giustizia, per “una forma di rispetto nei confronti di queste persone”, osserva Nordio.
Durante la conferenza, sollecitato dai cronisti, il ministro conferma il ventaglio di strumenti (Piano straordinario per l’edilizia, con 10mila nuovi posti; esecuzione penale esterna più semplice per i detenuti coi requisiti; affidamento dei reclusi con problemi di tossicodipendenza alle comunità terapeutiche) per sfoltire le 65mila presenze negli istituti. E il capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, Stefano Carmine De Michele, riferisce dell’investimento di 800mila euro in “frigoriferi, pozzetti refrigeratori e ventilatori” per alleviare l’afa di chi è recluso. Notizie che le prossime edizioni dei “giornali di carcere” riferiranno ai propri lettori.
Perché, accanto alla passione di farli, in chi li scrive c’è attenzione per i contenuti. Fra loro, c’è appunto Salvatore: “Sono nato nei Quartieri Spagnoli, a Napoli - racconta. A vent’anni sono stato arrestato in Marocco per traffico di droga. Poi mi sono specializzato in rapine. Stando dietro le sbarre, ho perso soprattutto la possibilità di veder crescere mio figlio”. Alla sua metamorfosi ha contribuito il lavoro in redazione che - per dirla col dottor De Michele - ha come fine quello, indicato dalla Costituzione, di restituire alla società, “all’uscita dal carcere, una persona diversa da quella che vi era entrata”.










