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di Maurizio Maggiani

La Stampa, 16 febbraio 2026

Mentre la Germania prende le distanze dalla cultura Maga, Meloni ribadisce l’affinità. Dalla legge del più forte all’odio per unire le masse, è questo ciò che vogliamo essere? Tempo fa, si era all’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, mi sono fatto sorprendere da un’affermazione del nostro primo ministro a commento del suo lungo incontro con il vicepresidente americano J. D. Vance; con cipiglio esclamativo ha esaltato il sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti e confermato la particolare amicizia e l’identità di vedute tra l’Italia, e intendeva il governo italiano e sottintendeva sé stessa, e il presidente Trump.

Venerdì scorso, esternando da Addis Abeba, a distanza di sicurezza da Monaco dove il suo collega tedesco Merz aveva appena sistemato la faccenda dei valori comuni affermando che col cacchio se ne vedevano tra Europa e America MAGA, Giorgia Meloni ha riaffermato la fervida comunanza, sacrificando dunque, in nome dei principi che si fanno ideali, il neonato Asse Roma Berlino e i suoi proficui sviluppi con la probabilissima futura adesione di Tokyo.

Abbiamo un leader idealista, e questo fatto così eccezionale mi ha portato a riflettere sul sistema di valori che uniscono. Possiamo agilmente constatare ogni giorno che Iddio regala a questo mondo ‘nfame in cosa consistano attualmente, e nelle intenzioni dei suoi leader eterni, i valori americani. Vogliamo elencarne i più significativi? L’esercizio della forza, e dell’arbitrio che la forza consente, che ha sostituito legge e diritto, la pratica della menzogna e della doppia e tripla verità, l’avidità senza limite che ha sostituito l’equità, lo svergognato egotismo del capo supremo e dei suoi simpatici sodali che irride pudore e decenza, la perversione delle libertà individuali e civili in immunità per i reprobi, l’odio come sentimento di coesione di massa e la crudeltà come esercizio dell’odio. Questi i valori americani allo stato attuale, e i nostri? Sono questi i valori che ci uniscono?

Secondo il nostro primo ministro evidentemente sì. E noi? Noi popolo sovrano responsabile dei valori fondanti della nostra convivenza repubblicana, e dei principi che governano la nostra coscienza in nome della legge morale? Non so, non lo so proprio. Per anni il consorzio del popolarissimo Grana Padano si è lanciato in una campagna pubblicitaria che aveva per slogan, chi sceglie Grana Padano abbraccia i valori italiani. Sì, piuttosto ultimativo come invito, sottintendendo che chi non si abboffa di grana abbraccia altri e innominati, antipatriottici valori, ma l’associarsi ai valori secondo il dettato del primo ministro deve aver posto qualche dubbio di marketing ai promotori, visto che da qualche tempo la pubblicità è tutta amore e fratellanza. Si sa che il marketing è pagato per fiutare in tempo gli umori dei consumatori, forse, un piccolo segnale in favore di noi che abbracciamo volentieri la legge morale e la costituzione repubblicana.

Eppure ancora non so; quello che vedo è lo sforzo governativo nel promuovere e sostenere una ricca filiera dell’odio, odio per lo straniero, naturalmente, e contro il dissenziente, l’inadempiente, il non collaborativo, i rossi, le zecche, e tutto il catalogo aggiornato quotidianamente dei nemici dell’Italia e degli italiani, i veri italiani, s’intende, quelli dei valori comuni del primo ministro. Un odio che è già filiera di crudeltà. E con questo voglio dire che è parimenti crudeltà il Cpr di Torino come a Vicenza scaricare un ragazzino disabile dall’autobus perché non trova il suo abbonamento. E se è responsabilità governativa la conduzione dei Cpr, non credo che sia il governo a dettare le regole degli autobus. Soffocare, letteralmente a detta del sottosegretario Delmastro, reprimere, odiare e punire, punire il più crudamente possibile, in fatto di valori comuni ci siamo.

E credo che godano di comune popolarità; un popolo sovrano ridotto a plebe convocata a plebiscito accoglie quei valori volentieri, fino ad amarli, sono la medicina più efficace per placare l’angoscia e la paura di cui è nutrita e dissetata. Il 12 febbraio prima ancora del sorgere del sole le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nel reparto malattie infettive dell’ospedale di Ravenna interrompendo per ore il servizio per eseguire un’accurata perquisizione alla ricerca di materiale e documenti “sospetti”. Di cosa? Sei medici sono stati denunciati, accusati di troppo lassismo nel certificare l’inidoneità psicofisica di migranti avviati al Cpr. Sarà quindi l’autorità giudiziaria a valutare un atto medico, trasformandolo in atto burocratico di pubblica sicurezza. Il medico non ha più il dovere di giudicare “in scienza a coscienza”, ma di farlo in base alla necessità impellente di sbarazzarsi di attentatori ai sacri confini patrii, soggetti atti a delinquere, stuprare e quant’altro. Per questo il suo operato va sindacato, giudicato e punito se necessario. Odio e crudeltà verso lo straniero, L’Organizzazione mondiale della Sanità ha valutato che “la detenzione amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi”, odio verso il personale sanitario, che indifferente alle pressioni politiche agisce seguendo l’articolo 33 del codice deontologico, “il medico tutela il minore, la vittima di qualsiasi abuso o violenza e la persona in condizioni di vulnerabilità o fragilità psico-fisica, sociale o civile in particolare quando ritiene che l’ambiente in cui vive non sia idoneo a proteggere la sua salute, la dignità e la qualità di vita”.

Le denunce non avranno nessuna possibilità di andare a buon fine, se il buon fine è quello che si aspetta Matteo Salvini “licenziamento, radiazione, arresto”, ma un fine è stato raggiunto, il regime della paura. Ci penseranno mille volte d’ora in poi i medici a stilare un certificato, chi potrebbe dare loro torto? Forse, semplicemente, si daranno malati quando saranno chiamati a farlo, soddisfacendo così i desiderata del ministro Piantedosi, che in una circolare del gennaio scorso segnalava a questori e prefetti la necessità di posticipare la visita medica di idoneità. E io mi domando, ma chi è che ha denunciato quei sei medici? E chi li sosterrà? Vedrò se il popolo che al tempo del Covid li ha proclamati santi e eroi, riconosciuti per acclamazione salvatori di Ravenna, spenderà qualcosa di sé, della sua natura di sovrano responsabile dei valori comuni, per salvarli dalla vergogna di aver continuato a fare il loro dovere. Vedrò e capirò.

Ora, se avete ancora pazienza, voglio raccontare una storiella campagnola. Intanto che il mondo corre verso lo sprofondo, noi qui di Borgo Tulipano abbiamo la nostra speciale emergenza, e all’emergenza abbiamo esemplarmente risposto con la mobilitazione, da cui l’esaltante assemblea popolare di venerdì scorso. Mai vista tanta partecipazione, il Sergino del podere della Cornacchia che ha portato i suoi novantatré anni sull’Apecar fino alla sala da ballo del circolo, ha confermato che tanta gente così a Borgo Tulipano non la vedeva tutt’assieme da tempi dell’attentato a Palmiro Togliatti buonanima. Qui non voglio dire che siamo arrivati a quel punto, a quella tragica evenienza repubblicana, ma, lasciatemelo dire, siamo lì lì, anche a non voler mettere di mezzo la Repubblica.

La mobilitazione è stata messa su per la gran parte con il vecchio e ben oliato passa parola, il che vuol dire che il gruppetto dei militanti duri e puri ha girato i coltivi, infradiciati di pioggia e con il fango fin sopra le caviglie, a parlare con la nostra gente, a discutere e a convincere alla partecipazione uno per uno, contadini, terzisti, braccianti, trattoristi. Anche se posso in coscienza reputarmi piuttosto duro e abbastanza puro, non ho partecipato, non per malavoglia, ma perché sul più bello ho scoperto che gli stivali di gomma che ho comprato per l’ultima alluvione del ‘23 avevano le suole aperte da cima a fondo, e a quel tempo, con mezza regione sotto mezzo metro di acqua e fango, il monopolista degli stivali di gomma se li era fatti pagare il triplo del prezzo di mercato, alla faccia della solidarietà comunitaria.

Bisogna dire che un po’ hanno funzionato anche i social, dedicati a quelli con i piedi all’asciutto, i lavoratori del terziario arretrato della zona industriale, i giovani delle scuole superiori, gli addetti all’industria punto 5 della zona speciale, tutta gente che parte dal Borgo la mattina e torna a sera fatta, ma che nei fine settimana vorrebbe godersi la bella vita campagnola. Anche in questo caso non ho avuto modo di rendermi utile, con i social proprio non ci piglio, e palesata la mia inefficienza sia dal lato analogico che da quello digitale, il nostro vicino Alfiero mi ha ordinato di tacere per tutto il tempo dell’adunanza, scrivi scrivi ma non sei buono a niente, una mortificazione che è ancora qui che mi brucia.

L’ordine del giorno era uno, uno solo senza nemmeno i fronzoli delle varie e eventuali, allora gente come la mettiamo con il sole? Eh, sì, il sole. Abbiamo fatto i conti per bene, e dal 7 gennaio nel circondario il sole si è visto per complessive 7 ore, sparite in tre giorni e senza nemmeno il preavviso meteorologico, ragion per cui i più fortunati possono dire di averlo visto al massimo per un paio d’ore. Mentre scrivo sono 36 giorni che una malefica microcella, dai contorni palesemente supernaturali, si è piantata sopra le nostre teste, i nostri campi, le nostre anime, riducendoci ad angosciate creature umbratili di una terra ridotta a molle e putrescente landa di desolazione; se non è pioggia è nebbia, se si disfa la nebbia è bruma, se va bene sono nuvole basse talmente gravide di umidità che respirare per strada è come andare a farsi gli aerosol.

I nostri artrosici vecchi, io tra loro, sono impacchettati nelle pancere, nelle ginocchiere e nel diclofenac, i nostri ragazzi chiusi a scuola o a casa non fanno che scalpitare innervositi e straziati di noia, le capre non hanno più di che brucare nella fanga, i nostri gatti non li togli dai caloriferi nemmeno al suono squillante dei croccantini preferiti; chi lavora nei campi, e siamo nel pieno di una potatura ormai tardiva, a vederli sembrano drappelli dispersi nella ritirata di Russia, i cingolati impantanati nella steppa sarmatica. Cos’è, una punizione? Qualcuno tra noi l’ha fatta troppo grossa? La prima delle Sette Piaghe? La fine della Romagna solatia dolce paese? E a chi dobbiamo chiederne conto? Perché bisognerà pure che qualcuno salti fuori da metterlo alle corde delle sue responsabilità se vogliamo sopravvivere alla depressione che ci sta schiacciando.

È stata una grande assemblea e tutti hanno detto la loro, compresi due tizi mai visti prima che si sono presentati come cristianizzati adoratori del Sole Invictus. Ma a parte il ridotto drappello di padanisti in cerca di vitalità che hanno chiesto di votare per fare causa alla Regione e chiedere i danni, piove governo ladro sì, ma il governo rosso della Regione, si è trattato in verità di un eccezionale esercizio di autocoscienza comunitaria. Certo, ci sono stati i nostri ragazzi del Fridays for Future che hanno un po’ calcato la mano sulle condotte estrattive e distruttive dei loro genitori, nonni e bisnonni, e la mano pesante dei loro genitori, nonni e un residuo bisnonno a rinfacciargli che se hanno potuto andare a scuola a imparare quelle robe è perché loro si sono spaccati la schiena a estrarre e distruggere, ma a dare l’impronta è stato don Gino, il nostro giovane parroco.

Amato dagli amanti del rugby, è un mediano di mischia discreto, votato ai perseguitati per causa di giustizia e ben tollerato persino dai vecchi mangiapreti repubblicani. Se c’è qualcuno da fargli causa, ha maliziosamente esordito dando una involontaria spallata al suo vicino padanista, quello è Dio, ma siccome Dio è ovunque e in ogni cosa è di fatto un contumace e quelli che ci hanno provato non ne hanno ricavato alcun profitto.

La verità è, ha proseguito con commosso tono pastorale, che il sole ha finito per stizzirsi di noi, noi che abbiamo deciso di fare a meno della luce e gongoliamo nel chiaroscuro delle nostre anime, sono anni che sta piovendo sulle nostre anime, solo da un po’ ha preso a piovere anche sulle nostre teste. C’è stato un gran sospirare, guardarsi attorno, grattamento di capocce e strusciamento di piedi, tutti interdetti nello sforzo di esegesi. Ci siamo lasciati a notte senza dar segno di delusione, a parte i padanisti naturalmente; forse senza aver capito la storia della luce, ma in fin dei conti siamo stati assieme e ci ha fatto piacere farlo. Se guardo dalla finestra vedo che a Borgo Tulipano è arrivato il sole, il che vuol dire che o il parroco ha sbroccato della grossa o ha fatto il miracolo. O vedi te che mi sono sognato tutto quanto intanto che sta piovendo sull’anima del mondo.