di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 novembre 2025
I disordini al Bassone di Como rivelano un sistema penitenziario al limite, tra sovraffollamento, tensioni continue e personale insufficiente. ma il governo risponde con nuove pene e nessun intervento. Pochi giorni fa, al carcere Bassone di Como, oltre centocinquanta detenuti hanno preso il controllo dell’istituto per diverse ore. Una rivolta partita al mattino da un tentativo di evasione, poi degenerata in protesta violenta che ha coinvolto due sezioni intere. Tre agenti feriti, uno forse preso in ostaggio prima di mettersi in salvo. Un detenuto straniero di ventiquattro anni schiacciato tra i battenti di un cancello, portato via in codice rosso con una sospetta lesione spinale. Fuori dal carcere il cordone di sicurezza interforze. Dentro, il caos. Poi l’intervento del Gruppo di Intervento Regionale da Milano, il ritorno alla normalità verso le otto di sera, le ambulanze che rientrano. E il sindacato di polizia penitenziaria che parla di “situazione molto grave” e chiede “interventi immediati” dagli organi ministeriali.
La domanda è: quali interventi? Perché la risposta del governo è già scritta, nero su bianco, nel decreto sicurezza approvato ad aprile e diventato legge. È una risposta che non guarda alle cause, ma solo agli effetti. Non si chiede perché scoppiano le rivolte, ma come punirle meglio. L’articolo 26 del decreto introduce il nuovo reato di rivolta penitenziaria. Pena: da uno a otto anni di reclusione. Non serve la violenza. Basta la “resistenza passiva” se commessa da tre persone che “impediscono il compimento degli atti dell’ufficio”. Tre detenuti che condividono la stessa cella sovraffollata e si rifiutano di obbedire a un ordine della polizia penitenziaria, in modo non violento, rischiano otto anni aggiuntivi. Senza accesso ai benefici penitenziari, perché la rivolta viene equiparata ai reati di mafia e terrorismo.
Antigone, l’associazione che monitora le carceri italiane, lo ha detto chiaro durante un’audizione alla Camera: è il ritorno al regolamento carcerario fascista del 1931. Quello in cui “i detenuti devono passeggiare in buon ordine e parlare a voce bassa”, in cui “sono assolutamente proibiti i canti, le grida, le domande e i reclami collettivi”. La trasformazione del detenuto in corpo docile che deve solo obbedire. Testa bassa, camminare lungo i muri, silenzio. Ma se guardiamo a Como, capiamo che questa norma non avrebbe impedito niente. Anzi. Centocinquanta persone hanno partecipato alla rivolta. Con il nuovo reato, tutti rischiano anni aggiuntivi di carcere. Chi è entrato per pochi mesi per un furto potrebbe rimanerci otto anni. Il sovraffollamento, già ingestibile, diventa una bomba a orologeria. Perché le rivolte non nascono dal nulla. Nascono da condizioni che nessuna legge sulla sicurezza si preoccupa di affrontare. Il carcere Bassone di Como, come quasi tutti gli istituti italiani, è sovraffollato.
Le sezioni sono piene oltre la capienza. I servizi non bastano. Gli agenti sono in numero insufficiente e lavorano sotto pressione costante. E quando succede qualcosa - un tentativo di evasione, un provvedimento disciplinare - la tensione esplode. Non è un problema di ordine pubblico. È un problema strutturale. Eppure il decreto sicurezza va nella direzione opposta. Più reati, più pene, più repressione. Non solo per la rivolta in carcere, ma anche nei centri di permanenza per i migranti. Stessa logica, stesso fallimento annunciato. Invece di ridurre i tempi di trattenimento, di rendere più umane le condizioni, di garantire accesso ai trattamenti sanitari e alla comunicazione con l’esterno, si punta tutto sulla minaccia della sanzione penale. Antigone usa parole pesanti: “militarizzazione della detenzione amministrativa”.
E aggiunge che l’amministrazione, invece di prevenire le cause delle rivolte, “opta inesorabilmente e unicamente per la minaccia della sanzione penale quale illusoria panacea di tutti i problemi”. Illusoria, appunto. Perché la storia ci insegna che più si inaspriscono le pene, più si crea tensione. E la tensione, in un ambiente chiuso e sotto pressione come il carcere, non si dissolve. Esplode. A Como è esplosa ieri. Esploderà ancora, da qualche altra parte, domani o dopodomani. E la risposta sarà sempre la stessa: più anni di galera. Un circolo vizioso che non porta da nessuna parte se non verso un sistema carcerario sempre più autoritario, sempre più lontano dall’idea di rieducazione scritta nella Costituzione. Gli agenti di polizia penitenziaria lo sanno bene. Sono loro a subire le conseguenze di questo sistema.
Loro a trovarsi in mezzo alle rivolte, a rischiare la pelle. E quando chiedono “interventi immediati”, non parlano solo di ordine pubblico. Parlano di organico insufficiente, di strutture inadeguate, di un sistema che non regge più. Ma il governo risponde con un codice penale più severo, non con riforme che restituiscono dignità e funzione rieducativa della pena. La verità è che il decreto sicurezza non serve a prevenire le rivolte. Serve a gestire la paura.
A dare l’impressione che si stia facendo qualcosa, che il problema sia sotto controllo. Ma il problema non è sotto controllo. È solo spostato un po’ più in là, compresso, lasciato marcire. Finché non esplode di nuovo, come è accaduto a Como. E allora torneremo a leggere gli stessi comunicati, le stesse dichiarazioni, le stesse richieste di interventi urgenti. Senza mai guardare alla radice del problema. Perché guardare alla radice significherebbe ammettere che il carcere così com’è non funziona. E che nessuna legge sulla sicurezza potrà mai cambiarlo.









