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di Caterina Maniaci


Libero, 12 settembre 2020

 

Dal rapinatore in fuga che investe il pedone, agli anziani che subiscono aggressioni. "Sei mediazioni su dieci vanno in porto". Pietro (nome di fantasia) ci ha messo molto a prepararsi a quell'incontro. Per settimane ci ha pensato, si è torturato al pensiero di guardare negli occhi l'uomo che è colpevole della morte della madre.

Scappando dopo una rapina, non l'ha vista sulle strisce e l'ha colpita in pieno con il motorino. La mamma non ha più ripreso conoscenza, giorni e giorni in agonia in ospedale. Pietro l'ha vista morire così e oggi dovrebbe trovarsi faccia a faccia con l'uomo responsabile di tanto dolore. Ce la farà a non cedere all'impulso di saltargli addosso? O almeno di insultarlo? L'impulso è anche quello di scappare via. Ma Pietro resiste e dopo diversi incontri, qualcosa è davvero cambiato. La rabbia non la prova più e prova persino a capire quell'uomo che ha pianto davanti a lui.

Una storia tra le tante, con qualche modifica per non far identificare i veri protagonisti, quelle di cui è intessuta la trama, ancora difficile da tessere, della giustizia riparativa in Italia. Che cosa significa giustizia riparativa? Si tratta di un concetto che arriva da lontano, nato dal bisogno di un procedimento diverso rispetto a quello tradizionale dove la vittima assume un ruolo marginale e ad essere messo al centro dell'attenzione è l'autore del reato.

La giustizia riparatrice o rigenerativa, (restorative justice in inglese) infatti, punta sulla partecipazione attiva della vittima, del reo e della stessa comunità civile. In sostanza, anziché delegare allo Stato, sono gli stessi attori del reato a occuparsi della riparazione, della ricostruzione e della riconciliazione, con l'obiettivo non di punire ma di rimuovere le conseguenze del reato attraverso l'incontro tra le parti e con l'assistenza di un mediatore terzo e imparziale. In pratica, vittima o familiari della vittima, e colpevole si trovano faccia a faccia e cominciano un percorso, certo non facile e tantomeno breve, per superare dolore, rabbia, senso di colpa, desiderio di vendetta. Questo concetto si applica ovviamente anche ai quei reati commessi contro la collettività.

In Italia, come si accennava, la funzione della giustizia riparativa stenta un po' a ingranare. Ma ormai ci sono molte realtà associative impegnate in questo ambito. E i risultati che ottengono, nonostante le difficoltà, sono confortanti. Secondo i dati emersi da una recente ricerca sull'attività dell'Ufficio per la Mediazione di Milano, in relazione con autori di reato minorenni, tra le vittime che vengono chiamate con la proposta di mediazione, soltanto il sessanta per cento accetta di fare la mediazione. Il quaranta per cento dice di no, non ne vuol sapere, non la vuole fare, e non è una piccola percentuale. Però questo sessanta per cento che accetta di fare la mediazione si dichiara contento di averla fatta. Quindi se una vittima accetta di fare la mediazione è poi quasi sempre soddisfatta dell'esperienza, ne sente il beneficio.

Iulia si è messa al volante avendo bevuto qualche bicchiere di troppo. E ha provocato un incidente. Niente di tragico, ma qualche danno l'ha fatto. Ed è stata condannata ad una pena lieve. Ha accettato di entrare in un programma di "messa alla prova", una delle varie misure alternative alla pena, ed è stata affidata dalla neonata associazione "I nostri diritti".

Le è stato chiesto di occuparsi dello "sfalcio", di liberare dalle erbacce alcune zone pubbliche in stato di degrado. "Ed è stata veramente brava, non si è limitata a ripulire, è persino riuscita a restituire alla bellezza un tratto della nostra città soffocata da immondizie ed erbacce", racconta a Libero Edi Sanson, ex brigadiere dei carabinieri, che ha fondato l'onlus "I nostri diritti", a Udine, che proprio nell'ambito dell'applicazione della giustizia riparativa, vuole anche aiutare gratuitamente chi subisce un reato e non è in grado di pagarsi una difesa adeguata. Iulia - anche questo è un nome di fantasia - è la prima "affidata" all'associazione, "e ha dovuto aspettare ben quattro anni per poter accedere a questo programma. Cercheremo di fare la nostra parte per poter contribuire a snellire il sistema giudiziario.

Pensiamo davvero che sia importante consentire a chi ha sbagliato di riabilitarsi risarcendo le vittime, anche attraverso lavori socialmente utili". L'associazione si avvale della collaborazione di 60 volontari, tra i quali ci sono persone che lo stesso ex brigadiere ha arrestato, nel corso della sua lunga carriera nell'Arma: "Spero che anche Iulia un giorno magari decida di far parte della nostra associazione". Così come spera, Sanson, di poter aiutare una signora molto anziana, che ha appena subito una rapina "ed è sotto choc; vorrei che i nostri volontari, magari proprio da coloro che hanno pagato il loro debito con la giustizia, la aiutassero con la spesa, il giardino, accompagnandola in tribunale".

Che questa sia una strada giusta da percorrere lo confermano i dati del Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità sull'applicazione della "messa alla prova" e dei lavori di pubblica utilità al posto della detenzione: quasi 40mila casi presi in carico nel 2019, oltre 7mila le convenzioni stipulate tra tribunali ed enti pubblici e non profit. Numeri che caratterizzano a livello nazionale la messa alla prova e i lavori di pubblica utilità, due istituti sui quali non tutti inizialmente avevano creduto e che invece registrano un aumento esponenziale che stupisce perfino gli addetti ai lavori.