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di Chiara Saraceno

La Stampa, 3 giugno 2022

Nella Repubblica fondata sul lavoro non esiste solo una grande questione salariale che rischia di diventare esplosiva con tassi di inflazione che si mangiano fette sempre più ampie di salari già troppo modesti. C’è anche la questione che per troppe persone, specie se giovani di ambo i sessi o donne di ogni età, il lavoro non è fonte, per quanto non esclusiva, di identità, una modalità positiva di collocazione di sé nel mondo e nelle relazioni sociali, di riconoscimento del proprio valore. Al contrario è fonte di squalificazione sociale a motivo delle condizioni di lavoro, della precarietà e dei bassi salari. È una condizione che riguarda lavoratori a bassa qualifica, ma anche lavoratori ad elevata specialità. Riguarda i rider alla mercé degli algoritmi delle piattaforme, i camerieri stagionali e non, molti occupati nel settore della logistica, specie se lavorano per una ditta collocata nell’ultimo anello della catena dei subappalti, o i muratori in condizioni analoghe, le commesse dei supermercati costrette ad un part time involontario. Ma riguarda anche le infermiere o le assistenti sociali assunte con contratti temporanei e orari di lavoro pesantissimi, molti lavoratori e lavoratrici che lavorano dietro le quinte nel settore della comunicazione e dello spettacolo o della moda o delle belle arti - tutti settori in cui i contratti di lavoro sono spesso temporanei, o non ci sono affatto, sotto la finzione della prestazione occasionale o della libera professione e le remunerazioni spesso basse, quando non bassissime, comunque non in relazione né alla qualità della prestazione né al tempo di lavoro richiesto. Riguarda anche molti giornalisti, se non fanno parte delle generazioni più vecchie.

La precarietà sembra diventata la condizione di lavoro più diffusa per chi è entrato negli ultimi anni nel mercato del lavoro. Anche gli ultimi dati sul mercato del lavoro segnalano come la grande maggioranza dei nuovi contratti di lavoro riguarda posizioni a tempo, spesso brevissimo. La temporaneità, per altro, non caratterizza sono il periodo di ingresso, ma si cronicizza nel tempo, diventando una condizione semi-permanente, per altro anche poco protetta dagli ammortizzatori sociali esistenti, come è emerso in modo chiaro durante la pandemia, quando si è dovuto in qualche modo provvedere a fornire un qualche aiuto a categorie di lavoratori e lavoratrici altrimenti prive di ogni rete di protezione. Precarietà e squalificazione sociale riducono l’orizzonte rispetto al quale progettare la propria vita, perciò anche la libertà. Non ci può essere né sviluppo né coesione sociale se non si riconosce dignità a chi lavora, tramite rapporti di lavoro non sfruttatori o ricattatori e con compensi adeguati. Considerare i lavoratori, specie se giovani o donne, come “usa e getta”, non degni né di riconoscimento né di investimento, non solo è ingiusto di un paese che si vuole democratico e civile. È anche suicida nel medio-lungo periodo, per le imprese che operano in questo modo e per la società tutta. La politica dei bassi salari e della precarietà ad oltranza non sembra sia servita a rendere più competitive le aziende che la perseguono, al contrario. Il declino demografico e l’emorragia di giovani qualificati che cercano riconoscimento all’estero sono la spia di una perdita di fiducia nelle possibilità offerte in questo paese a chi vorrebbe investire nel futuro e/o provare le proprie capacità.