di Giovanni Russo Spena
Left, 31 gennaio 2020
Creati con la legge Turco-Napolitano, i centri di detenzione per stranieri sono prigioni etniche usate dallo Stato contro esseri umani che non hanno compiuto alcun reato. Persone che i governi di qualsiasi colore vedono solo come manodopera o nemici da contenere.
È una vergogna per il nostro ordinamento: nelle "galere etniche" si continua a morire. E ad essere uccisi. Quando sei nelle mani degli apparati dello Stato, che hanno la responsabilità assoluta della tua vita, non puoi, non devi morire. Il principio dell'habeas corpus, che già conosceva il pretore romano, è al centro del nostro Stato di diritto.
Eppure, dal Serraino Vulpitta a Trapani, a Gradisca d'Isonzo, si continua a morire nelle carceri per migranti. Non accoglienza è ma detenzione, dura detenzione senza controlli né sociali né giurisdizionali. Queste strutture sono assolutamente in contrasto con quanto prescrive la Costituzione, all'articolo 10. Eppure sono sostanzialmente dimenticate, anche da larga parte della coscienza democratica. Allora bisogna forse ripartire da alcune domande fondamentali. Perché la legge Turco-Napolitano istituì questi luoghi di detenzione per migranti che nessun reato avevano commesso?
Prigioni peggiorate, per tempi e condizioni di detenzione, dai successivi ministri dell'Interno leghisti e di centro sinistra. Perché, da un lato, nei confronti di un fenomeno migratorio globale, l'unica politica che i governi hanno saputo concepire è quella del contenimento e dello sfruttamento schiavistico; dall'altro lato, connesso, è stato costruito, legge dopo legge, ordinanza sindacale dopo ordinanza, un perfido e complesso corpo normativo, un vero e proprio "diritto del nemico", ove il nemico offerto al ludibrio di un'opinione pubblica spaesata ed impaurita dal fenomeno migratorio è, per l'appunto, il migrante, il più ovvio dei capri espiatori.
Nasce così il "diritto penale del nemico", con una torsione del concetto stesso di penalità. I migranti diventano cinico oggetto di vergognose contese elettorali. Ma anche metafora di una incapacità di governo. Non a caso siamo giunti alle leggi Minniti-Orlando e, poi, alla perfidia giuridica dei pacchetti securitari di Salvini. Sono incostituzionali. Sono certo che la Corte costituzionale accoglierà, per lo meno parzialmente, i ricorsi che come Giuristi democratici e Associazione per gli Studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) abbiamo presentato. Eppure l'attuale governo non ha il coraggio di assumere un provvedimento abrogativo.
Eppure la mobilitazione democratica, pur osteggiata dai partiti più grossi, qualche risultato, nel corso degli anni, ha raggiunto. Cito solo due temi. Il primo concerne i diritti spettanti ai detenuti in base agli stessi regolamenti carcerari. Ebbene, quando entrammo per la prima volta nei Centri di permanenza temporanea (Cpt), appena varati dalla Turco-Napolitano, dovemmo mettere in atto azioni di disobbedienza civile per ottenere un provvedimento ministeriale che fissasse un minimo di regole non aleatorie.
Il secondo tema, altrettanto importante, riguarda la battaglia culturale e giuridica per far chiudere alcune strutture, lautamente convenzionate con i governi, in diversi casi gestite da associazioni della galassia cattolica, che attuavano permanentemente illeciti amministrativi e azioni perfide azioni di aggressione e punizione nei confronti dei migranti detenuti (ipocritamente venivano chiamati "migranti ospitati").
Non lo abbiamo fatto per buonismo, stupida ed insulsa accusa che i razzisti vorrebbero rovesciarci addosso. Noi abbiamo una concezione altra sull'immigrazione: siamo per il diritto a migrare (riconosciuto dal diritto internazionale) e per il diritto ad arrivare (riconosciuto dalle convenzioni internazionali). Occorre predisporre, quindi, accoglienza, non strutture carcerarie. Il discrimina verte sulla concezione della società.
Mi permetto di citare il Marx del libro primo del Capitale: "Il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi in un Paese in cui viene marchiato a fuoco quand'è in pelle nera". I soggetti migranti diventano, per i governi europei, troppo spesso merci inerti, mera funzione dei processi di accumulazione e di valorizzazione del capitale. Sono individui viventi che subiscono un processo di reificazione. Sono l'architrave del lavoro servile contemporaneo, i "meteci" contemporanei. Braccia di lavoro, non soggetti titolari di diritti.
I quali non devono ribellarsi. Le galere etniche questo sono: un luogo di educazione repressiva (in cui è sottinteso il motto: "Sappiate che se vi ribellate e pretendete diritti sarete repressi"). A Rosarno, quando i migratiti si ribellarono precisamente dieci anni fa al caporalato padronale-mafioso, scattò la caccia all'uomo, da parte dei mafiosi ma anche delle forze militari e di polizia. Si interseca qui, con il tema della repressione, l'altro grande tema, connesso, del consenso popolare al razzismo istituzionale.
Qui emerge il ruolo che dobbiamo saper svolgere, nelle riviste, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e di studio. Lo ha sintetizzato molto bene il filosofo francese Etienne Balibar: "La distruzione del sistema razzista non presuppone solo la rivolta delle sue vittime, ma la trasformazione dei razzisti e della comunità istituita dal razzismo".
Proprio perché questa inciviltà è dentro la pancia della cosiddetta modernità liberista. Il sovranismo nazionalista fonda umori xenofobi nei confronti dell'"altro da noi". Vi è, insomma, la costruzione simbolica del nemico. La società pretende che il migrante si trasformi in nemico, per rassicurare se stessa.
Al sovranismo populista si è, molto negativamente, aggiunto il populismo giustizialista del grillismo. Esso si è caratterizzato per quel mostro morale e giuridico che è il "reato di solidarietà", contro le Ong e tutte e tutti coloro che salvano vite e praticano solidarietà. I movimenti migranti sono, per costoro, le nuove "classi pericolose", come descritte, con infame definizione, dalle scienze sociali positiviste ottocentesche.
Le galere etniche sono parte di un contemporaneo sistema coloniale gestito dall'Unione Europea con una forte torsione autoritaria e securitaria. Condivido la recente sentenza del Tribunale permanente dei popoli, riunitosi a Palermo: "La situazione configura corresponsabilità in crimini contro l'umanità". Non rimuoviamo la gravità; è da qui che dobbiamo ripartire.










