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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 21 giugno 2025

Quando un detenuto viene trasferito all’improvviso da un carcere all’altro, perde non soltanto il luogo in cui sconta la pena, ma anche i contatti con la sua vita precedente: la famiglia lontana, il lavoro che stava svolgendo, il percorso di recupero iniziato. È proprio questo il cuore dell’interrogazione parlamentare che Roberto Giachetti di Italia Viva ha rivolto al ministro della Giustizia: mettere in luce il disagio dei cosiddetti “sfollamenti” e chiederne il conto in Parlamento. Giachetti ricostruisce un quadro allarmante. Innanzitutto, i trasferimenti d’emergenza avvengono spesso verso istituti già più affollati della media nazionale, che è al 134 percento della capienza regolamentare. Significa che chi arriva trova celle sovraffollate, spazi comuni intasati, risorse carenti. Il danno non è solo materiale: in un ambiente stretto all’inverosimile cresce la tensione, e salta via persino quel minimo di umanità che dovrebbe restare anche dietro le sbarre.

Poi c’è il dramma delle distanze. I detenuti sono spediti lontani dal loro domicilio, dall’unico punto di riferimento sociale che avevano: la famiglia, il lavoro esterno, i volontari che li seguono. In questo modo si disattende l’articolo 42 dell’ordinamento penitenziario, che stabilisce la prossimità al domicilio. Per una madre, un padre o un figlio, ricevere una telefonata da cinquanta o cento chilometri di distanza diventa impresa titanica. E quando riescono a chiamare, scoprono che spesso non possono portare con sé il bagaglio personale né l’elemosina accumulata nel corso del trattamento: un’altra umiliazione che pesa come un macigno.

Una volta arrivati, i detenuti devono rifare da capo ogni pratica. Le richieste per il colloquio, per le telefonate già approvate altrove, ripartono da zero. Chi lavorava in carcere si ritrova in fondo alla graduatoria: mesi di attesa prima di riprendere un’occupazione che ha anche un valore rieducativo. Ogni passo del percorso trattamentale va ricominciato, sia con la squadra pedagogica sia con l’area sanitaria: la cartella clinica non segue il detenuto, quasi come se la sua storia non avesse consistenza. A sorpresa, l’interrogazione segnala pure che nessuno consegna al nuovo ingresso il regolamento d’istituto né l’opuscolo con diritti e doveri: un vuoto cui si somma la disorientante sensazione di essere estraneo anche alle norme del luogo in cui hai appena messo piede.

Davanti a questa sequenza di disservizi, Giachetti chiede cifre precise: quanti sfollamenti sono stati effettuati nel 2024 e nei primi mesi del 2025, quante persone hanno riguardato, come sono distribuiti per i 11 provveditorati regionali, se ci siano stati trasferimenti decisi centralmente. Vuole poi sapere quanti trasferimenti in generale si sono resi necessari per esigenze di giustizia, per motivi di salute, di famiglia, di formazione o di lavoro. Il tono dell’interrogazione è chiaro. È l’invito a misurare gli effetti di una gestione che rischia di trasformare il carcere, già disastrato, in una catena di disagi. Eppure, ribadisce Giachetti, la Costituzione italiana mette al centro la dignità della persona, persino di chi ha sbagliato. Se il carcere diventa un vagone merci in cui ammassare corpi senza pace, allora si tradisce il principio dello Stato di diritto.

Di fronte a questa denuncia, il ministero della Giustizia si trova con le carte in mano: o risponde con numeri e soluzioni, o ammette di non avere un controllo effettivo sulle migrazioni carcerarie interne. Il problema non è soltanto contabile: riguarda l’integrità psicologica di chi sta pagando la propria pena e l’immagine di un Paese che si dichiara civile. Serve un piano organico. Non bastano i trasferimenti ordinari per garantire ordine e sicurezza; servono regole chiare per gli sfollamenti, priorità alla prossimità abitativa e alla continuità dei percorsi trattamentali. Occorre infine che ogni detenuto abbia il diritto di conoscere subito le norme e i diritti del nuovo carcere, per non ritrovarsi in balìa di un sistema che cambia pelle ogni mattina. Il Parlamento ha l’occasione di porre un interrogativo decisivo al governo: l’efficienza del sistema penitenziario si misura anche dal rispetto della persona dietro le sbarre. E su questo punto, evidentemente, non si può più glissare.