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di Gabriele Segre

La Stampa, 11 ottobre 2024

“La diplomazia è la via più lunga tra due punti”, sintetizzava il drammaturgo francese Pierre-Adrien de Courcelle a cavallo tra ‘800 e ‘900. Era l’epoca d’oro delle cancellerie europee, impegnate in raffinati balletti di alleanze e trattati tragicamente violati nelle carneficine dei decenni successivi. A distanza di oltre un secolo, dopo che molti altri patti sono stati ridotti a carta straccia, siamo ancora qui a invocare imperterriti la via della diplomazia di fronte ai cannoni. O siamo incoscienti, o ben consapevoli che le scorciatoie non promettono mai nulla di buono e che questo è l’unico percorso realmente possibile. In fondo, le ragioni storiche per fidarci della diplomazia non mancano: c’è stato un tempo non lontano in cui sembrava funzionare davvero. Durante la Guerra Fredda era più semplice dialogare con una sola controparte, ma non mancano esempi più recenti. Da dopo il 7 ottobre di un anno fa e lo scoppio del conflitto a Gaza, torna di frequente alla memoria l’immagine iconica della stretta di mano tra Rabin e Arafat.

Una testimonianza carica di speranza e malinconia che ci ricorda come i miracoli della diplomazia siano possibili, per quanto effimeri. Di certo, sono molto più complicati nel mondo caotico e frastagliato di oggi, tra mille interlocutori e senza più lo strapotere della deterrenza degli Stati Uniti negli anni 90: quella stessa foto, che ritrae al centro Bill Clinton intento a benedire i due leader, certifica chi fu il vero artefice degli accordi di Oslo.

Fuori da quel contesto, gli appelli alla diplomazia sembrano ormai ridotti a inefficaci imperativi impersonali: invocazioni come “si devono trovare soluzioni negoziali”, “bisogna avere il coraggio di giungere ad un accordo”, “serve che la politica torni protagonista” sono ampiamente condivisibili, ma il ragionamento si inceppa quasi sempre alla domanda conseguente: “Da dove si parte?”. Nel concreto, non si vede alcun attore con la forza di offrire una risposta tangibile, capace di sostenere davvero l’iniziativa politica e pronto ad assumersi la responsabilità di un eventuale fallimento. Ed è un guaio perché la diplomazia non è solo una disagevole via tra due punti, ma è modellata anche dagli attori che sono disposti a percorrerla.

La lista di chi potrebbe farsi avanti offre qualche speranza, ma suscita al contempo grande sconforto. Gli Usa non sono più il poliziotto del mondo. Pur rimanendo l’attore geopolitico più rilevante, sono sempre più demotivati e incapaci di proiettare la propria potenza con efficacia. La Cina tenta di mostrarsi cauta e responsabile, ben consapevole che i suoi molteplici interessi globali non le conferiscono ancora una voce politica pienamente autorevole. La Russia, con l’invasione dell’Ucraina, ha scelto una via alternativa alla diplomazia, mentre l’India non appare per ora pronta ad assumere un ruolo determinante. Ai margini restano l’Onu, incapace di rivendicare il ruolo che le compete per statuto, e l’Europa, che, al di là di accorati appelli e dichiarazioni di condanna, appare ogni giorno più evanescente.

La verità è che oggi nessuno è pronto a farsi carico di alcuna iniziativa diplomatica perché le vie lunghe non sono più di moda in un mondo che non riesce neanche a immaginare dove sarà domattina. Ogni pace invece non richiede soltanto tempo, ma anche la capacità di combinare forza e visione progettuale: deve essere tanto pragmatica e risoluta nel breve termine quanto idealista e concreta sul lungo periodo. Si tratta di un cammino instabile e faticoso, per il quale bisogna essere pronti a sporcarsi le scarpe nel tentativo di battere un sentiero percorribile per quanto non ideale. La fine dei combattimenti può essere persino la tappa più semplice da raggiungere, ma la tregua non basta per la pace. È necessario intravedere già il passo successivo al cessate il fuoco, e poi quello dopo ancora e ancora, fino a che uccidere il nemico non sembrerà più l’unica strada possibile. La vera “via della diplomazia” unisce tutti questi pezzi del percorso, fino a rendere concepibile la ricostruzione di un futuro comune.

In molti, tuttavia, preferiscono scegliere rotte più chiare e immediate. Ad esempio, avanzando previsioni che si abbandonano al pessimismo più catastrofista, alimentando una paura tanto angosciante quanto improduttiva. Oppure, all’opposto, accettando di considerare la guerra come un “fastidio abituale”, una condizione endemica e sopportabile fino a quando il logoramento la renda insostenibile per uno dei contendenti. Si tratta di alternative nefaste, non solo per chi nel conflitto è coinvolto direttamente: rinunciare al percorso della diplomazia vorrebbe dire infatti rinunciare a un altro dei fondamenti dell’Occidente, forse l’ultimo che ci è rimasto.