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di Luigi Manconi


La Repubblica, 17 febbraio 2020

 

La forza letteraria del bellissimo racconto di A Raymond Carver "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore", (1981) si annuncia già nella sorprendente elementarità del titolo, che riporta tutto un mondo di emozioni e di pensieri al fondamento primo della passione.

Non mi sembra una troppo ardita associazione mentale, suggerire come titolo dell'intervista rilasciata da Marta Cartabia a Liana Milella di Repubblica la seguente versione "di cosa parliamo quando parliamo di Giustizia?".

La giustizia, dunque, come pretesto per mille altre storie e, allo stesso tempo, come intreccio delle contraddizioni e delle sofferenze di una società complessa. Per ritrovare tutto ciò nella concretezza della nostra vita collettiva, potremmo ricorrere alla cronaca di un arco temporale ormai vicino ai trent'anni, ma limitiamoci a un periodo assai più breve. A partire dal settembre 2019 fino a oggi, è stato il tema della giustizia a dominare incontrastato l'intero panorama nazionale, costituendo la principale materia del conflitto politico e delle controversie tra le istituzioni.

Questo pone due interrogativi: quando si dibatte di giustizia, qual è effettivamente la posta in gioco? E poi: se l'amministrazione della giustizia è questione così lacerante (come l'amore?) cosa c'è al fondo di essa? Marta Cartabia, prima donna presidente della Corte Costituzionale, offre significative risposte. Lo fa, partendo da un caso particolare: quello di una reclusa, alla quale è stata negata la detenzione domiciliare per assistere la figlia con disabilità, in quanto quest'ultima ha superato il limite d'età previsto. Con una sentenza, scritta dalla stessa Cartabia, la Consulta ha stabilito che l'età anagrafica della figlia non può impedire la detenzione domiciliare della madre. Solo uno sciocco o chi mai ha avuto esperienza del dolore può ritenere che si tratti di una decisione minore, o dell'espressione di una sorta di "giustizia compassionevole". Al contrario, in quella sentenza c'è tutta una concezione della giustizia e della pena che indica un'idea innovativa del diritto e dei diritti.

Non si tratta propriamente di una svolta. Emerge una certa continuità nella giurisprudenza della Corte e si avverte il forte impulso impresso dal precedente presidente, Giorgio Lattanzi. Si deve a questi quel "Viaggio in Italia" che ha permesso ai membri della Consulta di visitare le nostre disgraziate carceri. (Ma non sarebbe la cosa più sensata del mondo che una simile esperienza fosse materia curriculare della formazione del magistrato?). In una prospettiva generale, poi, la presidente, indica i principi che dovrebbero orientare l'amministrazione della giustizia: "Proporzionalità, flessibilità e individualizzazione della pena".

Una denuncia limpida delle pene eccessive, di quelle fisse, di quelle che non possono essere modificate nel corso della loro esecuzione. E dei meccanismi di automatismo nella valutazione e nell'entità della pena. Alla radice si trova una cultura giuridica che sa e vuole scommettere sempre sull'uomo e sulla sua capacità di trasformarsi e di emanciparsi dal crimine. La giustizia, dunque, deve sempre guardare al futuro, non cristallizzando ("non pietrificando", dice la Cartabia) né il reo né la società nel momento di lacerazione manifestatosi con il reato. Si devono rendere possibili piuttosto quelle figure della riparazione e della riconciliazione capaci di suturare la ferita prodotta dal reato.

Solo ciò può permettere la "condivisione" della pena, dei suoi effetti e degli oneri che gravano sulla società. In altre parole, la collettività intera è chiamata ad assolvere quell'obbligazione che l'esecuzione della sanzione comporta per tutti i soggetti, allo scopo di realizzare il reinserimento sociale previsto dalla nostra Costituzione e così indispensabile ai fini della sicurezza pubblica. Nell'intervista, il tema più delicato, quello della prescrizione, è ovviamente richiamato, ma (chi scrive offre la sua soggettiva interpretazione) come se fosse successivo e interno a quello, che risulta prioritario, della "ragionevole durata dei processi".

Di conseguenza l'attenzione della presidente si concentra sulle misure di breve e medio termine, le uniche in grado di evitare che i processi troppo lunghi "si tramutino in un anticipo di pena anche se l'imputato non è in carcere". Preme evidenziare, infine, che quella delineata dalla Cartabia è un'idea di giustizia, che non è definibile secondo le convenzionali categorie di destra e di sinistra e che sembra, piuttosto, discendere dalla migliore cultura giuridica liberale e garantista, laica e cattolica (viene ricordato Giorgio La Pira, ma non è difficile scorgervi il pensiero di Aldo Moro); e che rivela la fisionomia di Valerio Onida, del quale la Cartabia è stata allieva e di interlocutori quali Gustavo Zagrebelsky, cui si deve la definizione di "diritto mite", ben presente in alcuni passaggi di questa intervista. Non è poco in tempi che molti vorrebbero "di ferro e di fuoco".