di Vittorio Pelligra
Il Sole 24 Ore, 5 aprile 2026
Il processo a Gesù è l’immagine stessa del paradosso. Un paradosso che continua a inquietare. Perché non mostra, tanto, che cosa accade in assenza di regole, ma che cosa può accadere quando sono solo le regole a contare. Non ci dice, come farà Thomas Hobbes molti secoli dopo, che l’ingiustizia nasce dal caos, dall’anarchia, dalla sospensione della legge. Ci dice qualcosa di più scomodo. Che la giustizia può presentarsi con tutte le sue forme esteriori, parlare il linguaggio della legalità, muoversi entro procedure riconosciute e tuttavia fallire drammaticamente.
Cristo, questa è la posizione dell’Inquisitore, non deve essere eliminato perché ingiusto, ma perché eccedente. Perché la sua sola presenza manda in crisi un sistema che ha imparato a reggersi da sé, a produrre stabilità, a distribuire rassicurazione in cambio di docilità. È una delle intuizioni più vertiginose di Dostoevskij. Non sempre è l’ingiustizia a minacciare l’ordine, talvolta è la giustizia stessa a farlo vacillare.
Un uomo viene arrestato nel cuore della notte. È trascinato da un luogo all’altro, interrogato, esposto, giudicato. Attorno a lui si mette in moto una macchina efficiente impersonificata dall’autorità religiosa e dal potere politico, sostanziata da rituali pubblici, parole solenni e legittimata dall’approvazione popolare. La folla che osserva rumoreggia e, infine, grida a una sola voce: “Crocifiggilo”. Tutto procede secondo un copione riconoscibile. C’è chi ha il potere di decidere, c’è una procedura che si dispiega, c’è perfino una forma di consenso collettivo che accompagna l’esito finale. Nulla sembra consegnato al puro arbitrio. E tuttavia, proprio lì, nel punto in cui l’ordine mostra il suo volto più compatto e più solenne, dove la giustizia formale sembra trionfare si consuma uno dei più radicali fallimenti della giustizia sostanziale che la nostra memoria custodisca.
Nella Siviglia del Cinquecento, negli anni più duri della Santa Inquisizione, Cristo ritorna sulla terra. Lo racconta Dostoevskij nella leggenda del Grande Inquisitore. Gesù semplicemente torna e cammina tra la gente, compie gesti di misericordia. Ma viene riconosciuto e subito arrestato. Nuovamente. Di notte, nella sua cella, riceve la visita del vecchio Inquisitore che parla - un lungo, lucidissimo e terribile monologo - e spiega a Gesù che il suo errore, allora come adesso, è stato quello di aver creduto troppo nell’uomo. Di avergli consegnato la libertà come un dono, quando per la maggior parte degli esseri umani essa è soprattutto un peso. Gli uomini, dice il vecchio, non desiderano davvero essere liberi. Desiderano piuttosto qualcuno che li sollevi dall’angoscia della scelta, che dica loro che cosa è bene e che cosa è male, che trasformi l’incertezza in obbedienza. Per questo, aggiunge, la Chiesa ha distorto il messaggio evangelico originario. Lo ha tradito per renderlo praticabile, lo ha disciplinato per renderlo sostenibile. Ha edificato un ordine fondato sull’autorità, sul mistero, sul miracolo. Un ordine che consola, protegge, stabilizza. Un ordine che, tutto sommato, funziona.
Il processo della Croce e il Grande Inquisitore dialogano tra loro a distanza. Si illuminano a vicenda. In entrambe le storie, l’ingiustizia non nasce dall’assenza della legge, ma dal suo impiego all’interno di una razionalità che si ritiene autosufficiente. Non è il caos a produrre la vittima, ma un ordine che si pensa necessario. Non è l’arbitrio nudo e brutale, ma una forma di organizzazione del mondo che non tollera ciò che eccede il calcolo e la disciplina.
Ma la condanna di Gesù non è soltanto un errore giudiziario. È anche una risposta sociale alla crisi dei tempi. Perché quando un ordine vacilla e quando le tensioni diventano ingestibili, le società cercano spesso un punto su cui far convergere il disordine, un corpo sul quale scaricare l’angoscia diffusa. Serve qualcuno che paghi per le colpe diffuse. Qualcuno su cui concentrare il risentimento. Non importa che sia davvero colpevole. Basta che la sua eliminazione appaia come una via d’uscita capace di ristabilire una pace provvisoria. René Girard ha dato un nome preciso a questo meccanismo: il capro espiatorio. La violenza di tutti contro tutti si ricompone trasformandosi nella violenza di tutti contro uno. Il gruppo si pacifica attorno alla vittima. L’ordine rinasce sul sacrificio. In questa luce, la Croce non è soltanto un evento religioso, è anche la rivelazione di una grammatica sociale. Quando non sopportiamo l’indeterminatezza, cerchiamo un colpevole che renda di nuovo leggibile il mondo.
Non è difficile riconoscere questa dinamica anche fuori dai testi sacri. Ogni epoca costruisce i propri colpevoli provvidenziali: minoranze, stranieri, dissidenti, poveri. Le figure sono diverse, ma la funzione è la medesima. Si tratta di assorbire l’inquietudine collettiva, di trasformare il disordine in imputazione e di restituire alla comunità un senso momentaneo di unità. Il sacrificio non appartiene soltanto al passato. Cambia lingua, cambia scena, cambia liturgia, ma conserva intatta la propria logica.
Ed è qui che la simbologia della Pasqua cristiana introduce una frattura decisiva. Perché il racconto evangelico non si arresta alla condanna. Non consegna la vittima alla sua funzione pacificatrice. Non permette che il sacrificio si chiuda con l’ordine ristabilito e il potere riconfermato, come si sono chiusi tanti altri sacrifici nella storia. Introduce invece un dopo. E questo dopo non coincide con la semplice riabilitazione dell’innocente. Non c’è appello, non c’è revisione del giudizio, non c’è una sentenza correttiva emessa da un tribunale superiore. La resurrezione non aggiusta il meccanismo. Lo smentisce radicalmente.
Questa è forse la provocazione più radicale della Pasqua. Non mostra una giustizia umana finalmente capace di correggere sé stessa. Mostra il limite della giustizia quando pretende di bastare a sé stessa. Mostra che esiste qualcosa che la legge, da sola, non può produrre. Il riconoscimento pieno dell’innocente, l’interruzione del ciclo sacrificale, la liberazione da quella contabilità morale per cui qualcuno, prima o poi, deve pagare per tutti. Il Grande Inquisitore comprende perfettamente il pericolo. Sa che il problema non è l’errore, ma l’eccedenza. È quel Cristo che incarna una libertà non amministrata e una dignità non negoziabile. Bisogna governare gli uomini, afferma l’Inquisitore, non esporli all’abisso della libertà. Bisogna mantenere il mondo in equilibrio, non aprirlo a esigenze impossibili.
E tuttavia, in quella pagina, la forza di Dostoevskij non sta soltanto nelle parole dell’Inquisitore. Sta soprattutto nel silenzio di Cristo. A quel ragionamento così coerente, così persuasivo, così politicamente sofisticato, Gesù non risponde con una confutazione. Non oppone un contro-sistema. Non entra nella stessa grammatica del potere. Egli non dice la verità. È la verità. Risponde con un bacio. L’amore che vince tutto. Un atto che non contesta l’ordine sul suo stesso terreno, ma lo disarma. Non fonda una nuova architettura istituzionale, mostra però che ogni architettura, quando dimentica il volto umano, è destinata prima o poi a trasformarsi in macchina sacrificale.
Nel suo diario del 1958, Mark Rothko - protagonista in queste settimane di una bellissima mostra a Palazzo Strozzi - individuava gli elementi essenziali della sua poetica: una chiara preoccupazione per la morte, la sensualità, la tensione, l’ironia, lo spirito, il fuggevole e il caso, e infine la speranza, ma soltanto “per il 10 per cento”. Quanto basta - scriveva - a rendere il tragico sopportabile. Non ci sono promesse di facili salvezze. Non si annulla la notte nel chiarore di una retorica consolatoria. Ma dice piuttosto che perfino nell’ora più cupa, nelle mille notti del Venerdì Santo, può restare un minimo spazio di apertura, una fenditura, un resto non totalmente assorbito dalla disperazione. Non è molto il dieci per cento, ma è pure lì. C’è. È una speranza che non cancella il buio ma lo attraversa.
Come la Pasqua cristiana che non elimina il male, ma gli sottrae il diritto all’ultima parola. E così, tornando al tema dell’(in)giustizia, dopo che la legge ha parlato, dopo che la procedura si è compiuta e che il sacrificio è stato consumato, resta ancora qualcosa che non si lascia archiviare. Resta una ferita. Un vuoto seguito da una domanda. Le grandi campiture di Rothko sembrano educare lo sguardo precisamente a questo. A non colmare troppo in fretta l’oscurità e a non scambiare il silenzio per assenza. La Cappella interreligiosa di Houston non costruisce semplicemente uno spazio per appendere dei quadri. Lì Rothko costruisce un ambiente interiore, un luogo di attraversamento. Le grandi superfici scure non impongono nessuna dottrina. Chiedono solo una disciplina dello sguardo. È un luogo nel quale si entra da soli, come in ogni passaggio decisivo, e nel quale il visitatore è chiamato a confrontarsi con il buio prima di poter comprendere la luce.
È difficile non cogliere una risonanza pasquale. Non perché Rothko dipinga la resurrezione, né perché traduca il cristianesimo in pittura astratta. Ma perché il suo lavoro tende ostinatamente oltre la pura chiusura della morte. Progettando la Chapel, Rothko aveva in mente la tensione tra giudizio e promessa, tra tragedia e speranza. È questa dialettica a rendere la sua opera così vicina, almeno per analogia spirituale, al movimento della Pasqua che non rappresenta, in fondo, la rimozione del negativo, ma il suo attraversamento alla ricerca di un “oltre”.
Rothko lavorò alla Chapel ma non la vide mai completata. Morì prima che fosse inaugurata. Quello spazio, così profondamente segnato dal confronto con il nero, con il silenzio e con il limite, fu dedicato nel 1971, quando l’artista non c’era più. Non serve forzare questa coincidenza biografica. Basta riconoscere che vi si condensa una verità profonda della sua ricerca. La sua opera più vicina a un “oltre” della morte nasce sotto il segno dell’incompiutezza, affidata ad altri, al tempo, a un compimento che eccede il suo autore.
Per questo le tele più scure di Rothko non sono semplicemente immagini della fine. Sono superfici nelle quali, se si accetta di sostare, il buio si rivela meno compatto di quanto sembri. Appaiono vibrazioni, profondità, margini, una luce trattenuta. La stessa esperienza che si può fare visitando le stanze che la Tate Modern di Londra ha dedicato al pittore. Non vi si trova una consolazione facile, ma una resistenza. Non la negazione del tragico, ma il rifiuto di lasciarlo degenerare in nichilismo.
La bellezza - ce lo ricorda ancora Dostoevskij - non è l’opposto del tragico. È ciò che impedisce al tragico di chiudersi in disperazione assoluta. Per questo, citando ancora il russo, salverà il mondo. Per questo comprendiamo Rothko mai come oggi. Egli non ci risparmia la crisi, ma ci sottrae alla tentazione, così moderna, di confondere la crisi con la verità ultima delle cose.
E questa Pasqua, forse, ci chiede lo stesso. Non certo di negare la morte, ma di rifiutarne la sovranità assoluta. Non dobbiamo dimenticare il conflitto, ma dobbiamo certamente sottrarlo alla logica del necessario. Il venerdì della croce - nella logica pasquale - non ha l’ultima parola. Similmente le tele di Rothko ci costringono allo sforzo severo, ostinato, modernissimo, di passare attraverso il nero senza soffermarci a adorarlo. Ci scorgiamo la morte negandole il diritto di essere definitiva.
La Pasqua non ci offre nessuna consolazione semplice. Non ci dice che alla fine tutto si aggiusta. Non promette che il dolore degli innocenti verrà magicamente trasformato. Ci obbliga ad ammettere lo scandalo di una giustizia che si crede giusta ma non lo è. E quante volte anche oggi? Quante volte una procedura irreprensibile genera un esito intollerabile? Quante volte il linguaggio della responsabilità serve a mascherare la rinuncia alla compassione? E quante volte, mentre tutto sembra procedere secondo le regole, smettiamo di vedere la persona concreta travolta da quelle stesse regole?
Le società contemporanee amano pensarsi immuni da queste derive perché hanno raffinato le forme, moltiplicato le garanzie, reso più impersonali i processi decisionali. Ma l’impersonalità, da sola, non salva dalla violenza. Talvolta la rende semplicemente più opaca. La sofferenza inflitta da una procedura può essere meno visibile di quella imposta da un tiranno, ma non per questo meno reale. Anzi, proprio l’assenza di un colpevole evidente rende più difficile nominarla, contestarla, interromperla.
Forse è questo il lascito più inquieto e più fertile del processo della croce. La giustizia vera ha bisogno di lasciarsi ferire dall’innocenza violata, di riconoscere quando il rispetto delle forme sta diventando indifferenza alla sostanza, di sottrarsi alla seduzione antichissima del sacrificio necessario. La domanda pasquale è tutta qui. Cosa resta quando la giustizia fallisce? Resta, innanzitutto, la verità di quel fallimento. Resta la possibilità di non chiamare giusto ciò che giusto non è, anche quando ha dalla sua il consenso, la forza, la regola. Resta la memoria dell’innocente sacrificato. E resta, soprattutto, la possibilità, fragile e mai definitiva, di spezzare il riflesso che ci porta, nelle ore di paura, a cercare una vittima invece della verità. Buona Pasqua.











