di Luigi Manconi e di Marica Fantauzzi
La Repubblica, 2 febbraio 2026
La liberazione non equivale necessariamente alla libertà. Detto in altri termini, puoi uscire dal carcere, ma la pena in qualche forma ti perseguiterà. E qui non si parla dello stigma, anch’esso presente e ostile, di chi da libero viene comunque considerato un ex prigioniero, piuttosto si intende chi, dopo aver scontato quanto doveva scontare, si trova nel limbo dell’attesa. E cos’è che, ancora, è costretto ad attendere? Per esempio, la declaratoria da parte del Tribunale di Sorveglianza: ovvero il documento ufficiale che attesti l’estinzione della pena e gli effetti collaterali che essa produce. Si potrebbe dire che la burocrazia è lenta e farraginosa in qualunque settore e che se si è liberi de facto c’è poco da lamentarsi. Eppure, il cavillo è tutt’altro che formale: senza declaratoria non è possibile chiedere la riabilitazione e, quindi, non è possibile, tra le altre cose, esercitare il diritto di voto o espatriare.
Claudio Bottan ha scontato sei anni e mezzo di carcere e altri quattro in affidamento in prova al servizio sociale. Il 20 giugno del 2024 viene liberato. Dopo 18 mesi, il Tribunale di Sorveglianza di Roma ancora deve fissare l’udienza per formalizzare la conclusione del suo percorso penale. Si trova in quella che viene definita la libertà sospesa. Ciò che sta vivendo lo scrive in una lettera, a cui qui vogliamo dare spazio. Il suo è “un tempo sospeso, una pena aggiuntiva che determina ulteriori limitazioni alla libertà personale non contemplate dalla sentenza di condanna. Una prigione invisibile, eppure presente nella vita di coloro che si illudono di poter girare pagina e ricominciare a vivere”.
Capita così di trovarsi di fronte a una controparte senza volto o forse dai mille volti, che dice di comunicare con i tuoi stessi segni ma il linguaggio finisce per essere sempre diverso, mutevole, indefinito. Gli chiediamo cos’è che, secondo lui, produce questa assenza di risposte. Sicuramente le pratiche sono molte, gli uffici come si suole dire risultano ingolfati e quindi si finisce per rimandare.
“È inutile sollecitare gli sportelli giudiziari, intasati di pratiche e perennemente in carenza di organico: l’Uepe (Ufficio per l’esecuzione penale esterna) - scrive ancora Bottan - ha fatto la propria parte inviando la relazione sul periodo trascorso in affidamento in prova al servizio sociale; gli organi preposti al controllo hanno relazionato attestando il rispetto delle prescrizioni. Non rimane che attendere, come quando si è sdraiati in branda in attesa di un riscontro alla ‘domandina’”.
E come il tempo in carcere finiva per avere un orologio tutto suo, dilatandosi e restringendosi a piacimento, quasi che le lancette dei penitenziari provenissero da fabbriche speciali, così il tempo della libertà sospesa finisce per essere non più tuo. C’è chi infatti ha il potere di negoziarlo, decidere quando e se concedertelo, fartelo sudare quasi fosse anch’esso parte di ciò che devi meritare.
Da anni Bottan si prende cura della sua compagna, Simona, affetta da una forma grave e progressiva di sclerosi multipla, una patologia che impedisce al corpo di rispondere ai comandi. “Il viaggio è la mia unica cura” dice Simona, e il desiderio del compagno è di starle accanto ovunque, fino alla fine. Ma la sua situazione attuale lo rende ingabbiato, scrive, nelle pastoie burocratiche.
Nel periodo di affidamento in prova, autorizzato dal magistrato di Sorveglianza Claudio, insieme a Simona, hanno girato l’Italia, soprattutto le scuole e le università, testimoniando con la propria storia e il proprio corpo quelle che entrambi definiscono “le nostre prigioni”. E poi, ancora, come volontario dell’associazione Voci di dentro Claudio è tornato in carcere, incontrando chi è tutt’ora recluso, mantenendo salda la promessa di restituire almeno una parte della speranza ritrovata. La sua lettera si conclude con una chiosa amara: “Le questioni umanitarie non trovano spazio nei fascicoli personali e, in ogni caso, un’eventuale accelerazione dei tempi dovuta alla compassione, anziché a un diritto, sarebbe davvero avvilente”.











