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di Claudio Bottan*

vocididentro.it, 31 marzo 2026

Si esce dal carcere, ma non dalla pena. Dopo aver finito di scontare il residuo della pena in misura alternativa, ho atteso per quasi due anni che il tribunale di Sorveglianza di Roma dichiarasse estinta la pena stessa: non una formalità, bensì un passaggio fondamentale per ricominciare a vivere da cittadino libero che ha saldato il conto con la giustizia. Poi, finalmente, qualche giorno fa mi è stato notificato quel provvedimento che attendevo con ansia: “Declaratoria di estinzione della pena” leggo in intestazione. L’emozione era tale da far scivolare velocemente lo sguardo alle ultime righe tralasciando il resto: “Visto l’esito positivo dell’affidamento in prova al servizio sociale, si dichiara estinta la pena e ogni altro effetto penale della condanna”. Era quello che attendevo. “Grazie ispettore, dove devo firmare?”.

Dopo tanti anni già mi immaginavo in coda all’ufficio passaporti. Peccato che si trattasse di un copia-incolla mal riuscito, pieno di strafalcioni, peraltro contenente riferimenti alle vicende giudiziarie riguardanti un’altra persona e, pertanto, inutilizzabile per avviare la lunga procedura che consente di ottenere la riabilitazione. Il passaggio successivo è un’istanza, l’ennesima, per richiedere la correzione dell’errore materiale, sperando che non ci vogliano mesi o anni.

La fase dell’esecuzione della pena è un collo di bottiglia nel quale si intasano le sorti di decine di migliaia di persone: oltre centomila i “liberi sospesi”, coloro che - essendo stati condannati con sentenza definitiva a una pena detentiva non superiore a quattro anni per reati non gravi - dopo la sospensione dell’ordine di esecuzione della pena attendono per molto tempo la decisione sulla richiesta di una misura alternativa alla detenzione. Queste persone rimangono anche per anni, alle volte più di dieci, anche quindici dal fatto reato, in attesa di una pronuncia da parte del tribunale di Sorveglianza chiamato a decidere se affidarle ai servizi sociali oppure se mandarle in carcere e quindi sono “sospesi” in attesa della decisione. Una mostruosità che riguarda il prima, il durante e il dopo. È indubbio che gli uffici di Sorveglianza siano oberati di lavoro e sotto organico, ma non spetta a me, da “utente”, trovare giustificazioni alla rassegnazione, e talvolta alla sciatteria, che pervade gli operatori dell’esecuzione penale. Quello dei tempi della giustizia e della “certezza della pena” invocata da più parti è un tema complesso con cui dovrebbe fare i conti il ministro della Giustizia. Nel frattempo, a chi si imbatte nella esecuzione della pena non rimane che attendere, rassegnato. Sdraiato in branda o in misura alternativa, il tempo diventa un elemento neutro. Quell’orologio, fermo da anni, che Daniele Robotti ha immortalato in una sezione del carcere San Michele di Alessandria è la rappresentazione del tempo inutile che anch’io ho trascorso e continua a ripresentarsi.