di Stefano Cappellini
La Repubblica, 31 dicembre 2021
La pandemia ha avuto tra le sue conseguenze collaterali, non però meno dannose, l'esasperazione dei difetti di una classe politica molto abituata a rimandare e poco a decidere. E l'obbligo vaccinale è una possibile sveglia.
C'è un passaggio dell'intervista rilasciata ieri a Repubblica da Enrico Letta che va letto nel suo pieno significato: "Il 2022 non può essere un anno elettorale". Il segretario del Pd non intende solo che va esclusa ogni tentazione di tornare al voto prima della scadenza naturale della legislatura. Vuole anche diffidare quanti coltivano l'idea, non sono pochi, che i mesi successivi all'elezione del nuovo capo dello Stato si trasformino in una campagna elettorale permanente, con i partiti della maggioranza non più impegnati a governare bensì solo a preparare la rincorsa alle urne del 2023. Si tratta di un rischio concreto.
Anche per questo, probabilmente, e non solo per l'emergenza sanitaria, Letta ha scelto di lanciare la proposta dell'obbligo vaccinale. Necessaria per affrontare la nuova fase della lotta alla pandemia quanto per ricordare alla maggioranza che al Paese serve un governo nel pieno delle sue funzioni, capace di prendere decisioni forti e non scontate. Sempre non a caso Letta ha aggiunto che Draghi, quale che sia il suo destino personale, riesca cioè o meno ad andare al Quirinale, deve essere "tutelato".
L'elezione di un capo dello Stato a larga maggioranza, coerente con quella che sostiene l'esecutivo, è una condizione necessaria ma non sufficiente a garantire che il Paese abbia la guida che occorre in un momento simile. Si respira tra i partiti un'aria di rompete le righe, ultimi giorni di Pompei, verrebbe da dire, non fosse che non è il tempo più adatto per metafore apocalittiche. L'impressione - fondata - è che qualcuno speri di cogliere in un colpo solo l'occasione di frustrare l'ambizione quirinalizia di Draghi e costringerlo a restare in una versione depotenziata, azzoppato nella corsa al Colle e dunque funzionale solo a garantire una sorta di ordinaria amministrazione, un disbrigo degli affari correnti, però tra veti, slogan e impuntature elettorali. La paralisi, in una parola.
Intendiamoci, non si tratta di alimentare la vulgata - sbagliata per più ragioni - che vuole Draghi buono e i partiti cattivi. È più che lecito, è auspicabile che le forze politiche abbiano voglia e interesse a chiudere la parentesi eccezionale dell'unità nazionale e a tornare a una competizione tra i poli che non necessiti più di uscire dallo stallo assoluto chiamando a Palazzo Chigi un avvocato pronto a ogni formula né un super-tecnico che commissari i partiti. Però questa strada non può passare dal sacrificio del vitello buono e quindi dalla rimozione, in senso psicanalitico prima ancora che politico, della necessità di continuare a governare il Paese mentre si affilano le armi per la legislatura successiva.
L'obbligo vaccinale è una possibile sveglia. La pandemia ha avuto tra le sue conseguenze collaterali, non però meno dannose, l'esasperazione dei difetti di una classe politica molto abituata a rimandare e poco a decidere, attenta al (presunto) consenso di giornata e perciò sempre tentata dal rilancio velleitario o dal benaltrismo.
Veniamo da mesi in cui è stata costantemente spostata l'asticella dell'irresponsabilità, con alcuni partiti che hanno fatto la guerra a qualsiasi misura anti-Covid, dal lockdown alle mascherine (incredibile solo a dirsi), dal Green Pass semplice a quello rafforzato, al punto da lasciare dedurre all'opinione pubblica che alcuni leader non credono all'esistenza di una pandemia o, più verosimile, non hanno mai una ricetta concreta, solo strepiti, garbugli, invettive da bar. Se chiudi, devi aprire, se apri, devi chiudere, se introduci il Green Pass è perché non hai coraggio di fare l'obbligo vaccinale, ma se chiedi l'obbligo vaccinale non va bene comunque (quest'ultimo esempio non è generico, è esattamente ciò che ha fatto Fratelli d'Italia nelle ultime ore). Per tornare alla politica non basta togliere di mezzo l'ingombrante attuale presidente del Consiglio trovando altrove il nuovo capo dello Stato. Per tornare alla politica servirebbe la politica, quella che da tempo fa più difetto alla gran parte dei partiti italiani.









