sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Veronica Daltri

Il Manifesto, 17 luglio 2026

Fino al 30 luglio, al Centro Maiiim di Genova, per la prima volta in Italia la mostra “Punti di vista”. Il ruolo di foto e video nella ricostruzione anche giudiziaria di quanto avvenuto. Una fotografia raramente è neutra: porta con sé significati, può essere strumentalizzata e manipolata a seconda del fine. Una fotografia, però, può essere anche un grande strumento: nel saggio del 2008 “The Civil Contract of Photography” la teorica della cultura visiva Ariella Azoulay invita il lettore a uscire dall’interpretazione fornita in precedenza da critici e studiosi come Susan Sontag rispetto alla percezione delle immagini come una marea asfissiante che porta lo spettatore alla desensibilizzazione. La cosiddetta “compassion fatigue” altro non è che una scusa per non fare, secondo Azoulay. Introduce quindi una lettura diversa: la fotografia come contratto di impegno civile tra chi la fa, il soggetto ritratto e chi la vede.

Un rapporto virtuoso che sfugge alle regole imposte dal mainstream e dalla propaganda, per favorire dinamiche più democratiche, e riabilita la fotografia come strumento di emancipazione per minoranze o istanze quando lo Stato o la legge continuano a ignorarle, come se la fotografia gridasse “io esisto e tu devi per forza guardarmi”. Oltre a guardarla, è però necessario agire.

La risposta alle violazioni dei diritti umani o alle forme di violenza istituzionale passa sempre più attraverso le immagini: fotografie, video, registrazioni audio, immagini satellitari e dati digitali sono diventati strumenti fondamentali per documentare gli eventi, verificare le testimonianze e accertare le responsabilità. Quello che è stato fatto negli anni successivi il G8 di Genova dagli esperti e dagli avvocati delle controinchieste per quanto riguarda l’analisi, la comprensione e la ricostruzione dei fatti dalle immagini e dai video raccolti durante i fatti del luglio 2001, si muove in questo senso. Dal 10 al 30 luglio, a Genova presso il Centro Maiiim, Centro internazionale d’arte contemporanea multimediale diretto da Virginia Monteverde, per la prima volta in Italia è possibile visitare la mostra “Punti di vista”, che parte dagli eventi del G8 per ragionare sull’importanza del ruolo delle immagini nella costruzione dei fatti, nei processi giudiziari e nel dibattito pubblico.

Un immenso lavoro di analisi su 1.350 ore di video, 80.000 foto e 18.000 tracce audio, capace di produrre risvolti cruciali: svolte che non hanno solo segnato i destini delle persone coinvolte, ma hanno ribaltato la verità ufficiale su quei fatti. “Un pomeriggio stavamo analizzando dei video. Uno degli avvocati mi indica sullo schermo la punta di un manganello e dice “Come mai ha questo riflesso così marcato?”. Ho allargato l’immagine e abbiamo visto la sezione tagliata dell’acciaio con attorno il nastro nero e da lì è nata la nostra ricerca” dice Carlo A. Bachschmidt, curatore della mostra e responsabile della segreteria legale del Genoa Legal Forum, ovvero il team di ricerca, analisi e archiviazione della documentazione audiovisiva coinvolta. Un punto di svolta fondamentale nelle indagini che ha dimostrato l’uso di manganelli fuori dall’ordinanza.

Durante gli anni di analisi, il team arriva a mettere a punto la metodologia del montaggio multiquadrante sincronizzato, ovvero il tracciamento di un evento attraverso più documentazioni (o punti di vista, come suggerisce il titolo della mostra) sincronizzate e distribuite su quattro schermi. La mostra segue proprio questo metodo e lo ripropone nel percorso espositivo. È grazie ad esso che il team riuscì a tracciare gli eventi che fecero luce sulle ben note Molotov nel sacchetto blu alla scuola Diaz, piantate ad hoc dagli agenti di polizia. Ad oggi questa tecnica può sembrare ovvia, ma al tempo fu un’innovazione fondamentale per le indagini forensi.

Il percorso prosegue connettendo il lavoro sul G8 alle pratiche attuali sulle controindagini forensi portate avanti da Forensic Architecture, agenzia di ricerca interdisciplinare della Goldsmiths University di Londra, riconosciuta a livello internazionale per lo sviluppo di nuovi metodi di indagine sulla violenza di Stato, sui conflitti armati e sulle violazioni dei diritti umani. In una seconda sala, una selezione dei casi studio “A Cartography of Genocide”, “The Killing of Hind Rajab” (documentazioni sulle pratiche genocidiarie di Israele nella Striscia di Gaza) e “The Black Boxes of Disappearance” (sulle sparizioni forzate e sulle violazioni dei diritti umani commesse in Messico) evidenzia cinque pilastri metodologici comuni al caso di Genova: l’uso delle immagini come prova, la sincronizzazione temporale, la verifica dei metadati, la geolocalizzazione e la contro-narrazione visiva degli eventi.

In un periodo storico costellato dalla manipolazione strumentale delle immagini attraverso deepfake o alterazioni con l’intelligenza artificiale, il perseguimento della verità può sembrare un miraggio sempre più lontano: questa mostra dice il contrario. Lo spazio visivo diventa il terreno in cui si ridefinisce il concetto stesso di giustizia: un luogo dove la frammentazione dei punti di vista si ricompone in un’unica rigorosa architettura della verità. Guardare, oggi, non significa più soltanto testimoniare, ma reclamare attivamente il diritto di riscrivere la storia a partire da chi ne è stato escluso.