di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 29 aprile 2023
Ci sono direttori di carceri che hanno deciso di non interrompere quelle telefonate quotidiane, che stanno rinsaldando tanti legami famigliari.
In tanti anni di volontariato in carcere, e poi anche formandomi come mediatrice penale, e ancora facendo incontrare tanti giovani studenti con persone detenute che narrano le loro storie complesse, pesanti, faticose, ho imparato soprattutto ad ascoltare, e poi ho cercato di insegnarlo anche, l’ascolto, perché penso che tanti reati siano legati a una difficoltà ad ascoltare l’altro da noi, e a provare a mettersi nei suoi panni.
Ma l’incapacità di ascoltare non è solo una prerogativa dei “cattivi”: succede fin troppo spesso di trovare, per esempio, Istituzioni incapaci di mettersi all’ascolto dei bisogni delle persone. E questa incapacità è doppiamente vera quando i bisogni sono quelli delle persone detenute. Noi volontari i loro bisogni li abbiamo raccontati, in particolare quelli legati agli affetti, abbiamo fatto parlare le loro famiglie, abbiamo narrato come il Covid paradossalmente in carcere abbia finito per rinsaldare i legami famigliari con le telefonate e le videochiamate. E abbiamo spiegato anche come si stia rischiando di tornare a una triste “normalità”, che è quella dei dieci minuti di telefonata a settimana invece dei dieci al giorno “regalati” dalla pandemia.
Ma ci sono Istituzioni, ci sono direttori che stanno decidendo di usare la loro prerogativa, di concedere più telefonate quando ci siano motivi di “particolare rilevanza”, per non interrompere quelle telefonate quotidiane, che stanno rinsaldando tanti legami famigliari. Succede per esempio alla Casa di reclusione di Padova, dove le persone detenute possono di nuovo suddividere tra madri, mogli, figli, nipoti questa “ricchezza” dei dieci minuti al giorno di telefonata, un autentico patrimonio la cui “rilevanza” è costituita prima di tutto dal prezioso contributo a non sfasciare le famiglie, e a non lasciar sole le persone detenute. E a non metterle maggiormente a rischio suicidio. Ma succede anche a Firenze Sollicciano, succede a Trieste, succede in altre carceri.
Gentili direttori, fatelo succedere in tutte le carceri del nostro Paese, fate ogni sforzo per permettere alle persone detenute di telefonare a casa ogni giorno e di continuare a fare almeno una volta a settimana la videochiamata. E ci sarà nelle carceri un po’ di serenità in più, un po’ di solitudine in meno, forse anche qualche suicidio in meno.
*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti










