di Carmine Gazzanni
Left, 18 dicembre 2020
Tra malattie non diagnosticate e suicidi è lunga la scia di drammi che si consumano dietro le sbarre e che si sarebbero potuti evitare. A cominciare da quello di Valerio, morto suicida a Regina Coeli a 22 anni sebbene fosse già disposto il suo trasferimento in un luogo di cura.
"Le istituzioni hanno soppresso mio figlio". Ester Morassi è una donna forte e determinata. Lo si legge nelle sue parole e nel suo viso, incorniciato in lunghi capelli biondi e segnato dal dramma di perdere un figlio. È il 24 febbraio 2017 quando Valerio Guerrieri si suicida nel carcere di Regina Coeli. Aveva solo 22 anni. Ester da allora - e insieme all'associazione Antigone che le è sempre stata accanto - non si è mai arresa. Perché quello che potrebbe sembrare una tragica fatalità nasconde molto altro: Valerio, infatti, non doveva essere in carcere.
Come si evince dall'inchiesta in corso, nella sentenza con cui era stato condannato a quattro mesi di reclusione il giudice aveva indicato anche di trasferirlo in una Rems (Residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza), dove vengono accolti detenuti con gravi disturbi mentali. Dopo quasi tre anni di battaglie e indagini, il gip ha disposto l'imputazione coatta e dunque verrà formulata dal pm la richiesta di rinvio a giudizio per la direttrice del carcere di quei giorni, Silvana Sergi, e una dirigente del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria).
Nell'ordinanza firmata dal gip Claudio Carini, e che Left ha visionato, non si usano mezzi termini: "Dal 14 febbraio 2017 (e dunque per dieci giorni, ndr) Guerrieri è stato detenuto senza titolo nella casa circondariale Regina Coeli dove si è tolto la vita". Con un'aggravante non di poco conto: nella ricostruzione dei fatti emerge che dopo la perizia psichiatrica da cui emergeva la necessità che Guerrieri fosse portato in una Rems, il volere del tribunale è rimasto inspiegabilmente inapplicato "per mancanza di posto nell'unico istituto (Rems di Subiaco) interpellato dal Dap del ministero della Giustizia". Insomma, non sono state neanche "eseguite ulteriori ricerche per individuare un'altra Rems disponibile". Così è morto un ragazzo di soli 22 anni. Quella di Valerio, però, è una storia tremendamente simile a tante altre: giovani o meno giovani finiti in carcere e lì abbandonati, senza poter ricevere le giuste cure o la dovuta attenzione.
Da Roma spostiamoci a Pordenone. Stefano Boriello aveva solo 29 anni quando muore. Inspiegabilmente. Arresto cardiaco, reciterà il referto. I familiari, però, sin da subito non credono alla fatalità: Stefano era sempre stato in ottime condizioni di salute nei due mesi di reclusione in carcere (aveva tentato di sottrarre un portafoglio a un anziano).
Nei giorni prima della morte, però, accade qualcosa di strano: lunedì 3 agosto 2015 Stefano salta l'incontro con il cappellano, giovedì 6 va a trovarlo in carcere il sacerdote di Portogruaro, don Andrea. "Non gliel'hanno fatto vedere perché - raccontano oggi i familiari - era bloccato con la schiena e non riusciva a camminare. Don Andrea ha chiesto di andare lui dentro, ma gliel'hanno negato perché non era autorizzato".
Nessuno, però, fornisce adeguate spiegazioni. Finché il giorno dopo, venerdì 7 agosto, Stefano muore. A distanza di cinque anni, l'inchiesta ancora in corso apre uno scenario sconvolgente: al 29enne non sarebbe stata diagnosticata un'infezione polmonare nonostante dal personale medico fosse stata constatata una "notevole componente dispnoica".
Se i parametri vitali di Stefano fossero stati rivelati, secondo quanto starebbe emergendo, tale attività "avrebbe evidenziato con estrema probabilità quei reperti obiettivi che si associano alle polmoniti". Non solo: senza quella diagnosi ovviamente nessuno ha somministrato alcun antibiotico a Stefano. Da qui il progressivo peggioramento. Ma, dicono le carte dell'inchiesta, neanche quando era necessario trasferirlo urgentemente in ospedale, questo è stato fatto.
Una presunta inadempienza letale che è costata un rinvio a giudizio al medico legale del carcere di Pordenone. Ad essere stati già condannati in primo grado, invece, sono cinque medici del carcere di Cavadonna di Siracusa. Omicidio colposo il reato commesso, secondo quanto stabilito dal Tribunale poche settimane fa. Alfredo Liotta ha 40 anni nel 2012: soffre di una forte depressione e di una grave forma di anoressia.
Il 5 luglio 2012, pochi giorni prima della morte, l'avvocato chiede che il suo assistito possa essere curato al di fuori del carcere. Era arrivato a pesare 40 chili. Ma il perito della Corte d'Appello di Catania davanti al quale Liotta è a processo, incaricato di visitarlo, pur trovandosi di fronte un uomo a un passo dal decesso, lo indica come un simulatore e parla del suo comportamento come di quello artefatto di chi sta recitando. La perizia da lui depositata il 13 luglio 2012, ovvero 13 giorni prima della morte di Liotta, impedisce a questi di accedere a cure esterne.
Nessuno dei medici e degli psichiatri del carcere che Liotta ha attorno pare farsi carico di quel che tuttavia è evidente. Così Liotta muore: se fosse stato condotto per tempo in ospedale oggi sarebbe vivo. Molto spesso a non essere incredibilmente intercettati sono le patologie psichiatriche. Anche quando si palesano con più tentativi di suicidio. Il 30 giugno scorso un ultimo inquietante caso.
Siamo al carcere di Poggioreale di Napoli, quel giorno un detenuto si toglie la vita. Tre mesi prima, però, il 2 marzo 2020 la Corte di Appello aveva dichiarato che il soggetto era affetto da "disturbo dell'adattamento con umore depresso e ansia misti in soggetto con disturbo di personalità di tipo antisociale".
Negli anni passati, d'altronde, era stato già sottoposto a cura psichiatrica, ma dal 2020 la sua condizione si aggrava, tanto che tenta il suicidio ben tre volte: a gennaio, a marzo, ad aprile. Nel corso dei mesi, però, il carcere non avrebbe richiesto una visita psichiatrica né eventualmente sollecitato un ricovero presso una struttura ospedaliera specialistica.
E, nonostante nel referto medico dell'ultimo tentativo di suicidio si consigliasse tra le altre cose "grande sorveglianza", il personale sanitario e penitenziario non avrebbe neanche predisposto, secondo un esposto di Antigone che intanto è stato consegnato alla procura di Napoli, un totale controllo con sorveglianza a vista 24 ore su 24, fondamentale in casi delicati come questi.
Nulla di tutto questo avviene neanche quando il 10 giugno, 20 giorni prima della morte, gli viene notificato il provvedimento del Tribunale dei minori con cui gli viene tolta la potestà genitoriale. Alla luce di un quadro psichiatrico già complesso e dei tentativi di suicidio, nessun controllo viene messo in campo. Fino all'ultimo tentativo di suicidio, andato questa volta tragicamente a segno.











